Quell’inverno a San Primo, con la neve rosso sangue.

Ore 4:30 della notte. Una notte fredda di marzo, anzi, una notte gelida. Siamo tornati indietro al 1946: altri anni, anni in cui ancora l’inverno significa neve abbondante. E a cavallo tra l’anno della fine della guerra ed il successivo, i fiocchi non si fanno desiderare. A San Primo – frazione di Bellagio (Lombardia) – la neve è la benvenuta, gli sciatori sono numerosi, arrivano anche dall’estero. C’è dentro al cuore di tutti quel bisogno intimo e feroce di dimenticare in fretta l’anno precedente, la guerra, la fame, l’insicurezza del domani. C’è bisogno di allegria, di stare leggeri. Anche il bosco è leggero, perchè durante la guerra lo hanno martoriato come mai prima: una deforestazione incontrollata sulle montagne del comasco, mutilate proprio appena prima di questo inverno rigido.

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Il Grande Albergo prima della valanga, foto presa dal web.

Insomma, è il ’46 e tutto è  bianco sotto la luna di questa notte. Forse per via di alcuni sciatori inesperti, forse per via del caso, forse perchè deve andare così – alle 4:30 si stacca una slavina dal Monte San Primo e corre, corre verso l’Albergo omonimo. Corre come solo la neve sa fare, con quel rumore che solo chi ha assistito ad una valanga sa riconoscere: wwuoom. Il Grande Albergo Parco Monte San Primo è stato costruito nel ’28, con granito dei massi erratici della zona: non si muove di un millimetro. La depandance accanto, costruita in parte in legno, viene completamente sventrata.

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Ecco come si presenta oggi.

I morti sono undici, uno solo il sopravvissuto – estratto vivo dalla neve dopo 36 ore, un miracolo. Gli altri la neve li ha coperti, letteralmente, come un lenzuolo funebre. Ma i soccorsi scavano. scavano senza sosta e assistiti da una forza che pare sovrumana. Ricordano in molti il parroco di Civenna, Don Pietro Caprotti,  tra i primi ad arrivare: la veste lo ostacola nelle operazioni di soccorso, se la lega alla cintola e scava con così tanta foga da non rendersi conto delle ferite sulle mani che tingono la neve di rosso.

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Una delle camerette singole, sicuramente ad uso del personale.

Questo particolare i presenti lo ricordano chiaramente, anche perchè Don Pietro è un prete particolare – motociclista, antifascista, dichiarato “soggetto pericolosissimo” dal regime. Un uomo da non sottovalutare, che purtroppo però non può modificare il corso disperato degli eventi. Inaspettatamente, dopo 16 giorni dalla slavina vengono ritrovati nella porcilaia sommersa dei maiali ancora vivi.

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L’ortografia forse è discutibile, l’ordine gerarchico meno.

Il destino dell’albergo è chiaramente segnato, segnato col sangue: anni di declino, un tentativo di rémise en forme col nome di Chalet Selva, ma il successo non arriva. Negli anni ’50 viene adibito a colonia montana per conto dell’Ex Opera Pia Bonomelli: lo ripopolano i bambini, che con le loro risate e la loro spensieratezza alleggeriscono la tetraggine dei ricordi.

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Il refettorio.

Purtroppo, destino comune a tutte le colonie, durante gli anni ’80 la colonia viene dismessa e l’edificio abbandonato: possibile che il destino di tutti questi luoghi sia già scritto? Provo, nell’infinito mondo del web, a cercare testimonianze di questi bambini ora cresciuti: sono tutti qui, tutti ricordano con gioia ed affetto queste mura e queste stanze. Ho visitato questo luogo in un freddissimo pomeriggio d’inverno, luce scarsa, temperatura innominabile, un metro di neve da scavalcare per poter accedere.

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Il corridoio al piano seminterrato.

Oggi rimangono i banchi del refettorio, le interminabili file di docce, i letti nelle camerate: quanti ci avranno dormito il sonno dell’infanzia? E chissà quanti sogni, quanti sorrisi prima di abbandonarsi tra le braccia di Morfeo. E qualche pianto, perchè no; non tutti amavano restare lontano da casa. Un biliardino smembrato ricorda pomeriggi di partite eterne.

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Il biliardino.

Niente, personalmente, mi fa più accapponare la pelle degli echi di risate dei bambini che furono – e qui, questi echi, sono ovunque. Non è solo una sensazione di paura, piuttosto di lancinante senso di perdita: quello che ci riguarda tutti, da vicino, perchè ognuno di noi ha in fondo dimenticato da qualche parte il bambino che era. I bambini credono alla magia, e proprio per questo sono in grado di compierla: i luoghi dove hanno vissuto sembrano contenere ancora un poco di questa strana forma di onnipotenza infantile. Ma la magia non è solo quella buona, ce lo insegnano le fiabe fin da piccini… per dirla con Stephen King, i mostri sono reali e anche i fantasmi sono reali. Vivono dentro di noi e, a volte, vincono.

 

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Una delle docce riservate ai piccoli ospiti.

 

Fate piano uscendo sul corridoio, forse se sarete silenziosi riuscirete ancora a sentire i passi della signorina che passa dopo cena, a controllare che tutti siano in silenzio sotto le coperte.

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L’attaccapanni della hall.

*** ENGLISH *** This is an abandoned hotel located on the mountains in the North of Italy. After the II WW, while people were trying’ to forget everything about the hard times passed by, a lot of skiers were used to come here during winter holidays. It was the winter of the 1946 when, in March during a very cold night, an avalanche came down from the mountain of San Primo and completely destroyed the wooden depandance of the hotel. The rest of the building, even if hit by the avalanche, did not fall down because of the stones it was built with. Deads were eleven, just one person was found alive after 36 hours – some kind of miracle. People around here still remember the priest digging till the snow around his hands became red because of his blood. After this disaster, during Fifties, they tried to relaunch the hotel with another name – but it did not work, so the activity closed. Then the building was transformed into a camp for children, and it reamained open till Eighties. Now it’s completely abandoned, and it’s so impressive to still find the beds in the dormitories. You can completely feel the emptiness, much more if you consider that once these roooms were filled up with joy and laughts.

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Il dopolavoro: un viaggio all’indietro nel tempo.

Dopolavoro: la parola stessa, pronunciata oggigiorno, significa poco per chi non ha vissuto appieno almeno almeno gli anni ’70. Oggi abbiamo la possibilità di compiere un vero e proprio salto nel passato, visitando un luogo abbandonato che ci riporterà alle atmosfere che furono.

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In questo meraviglioso spazio c’era la sede di una tra le molte associazioni dopolavoristiche italiane, che per molti anni hanno ricoperto un ruolo importante per la cultura, l’aggregazione sociale, lo scambio di idee politiche e non.

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Occorre tener presente che fino all’800 associazioni simili non esistevano, in quanto mancava in primis una coscienza di classe che ne costituisse la premessa. Con la formazione di quest’ultima andarono nascendo le prime organizzazioni operaistiche europee, cui seguirono le italiane Società di Mutuo Soccorso e Società operaie di Mutuo Soccorso: è chiaro che lo scopo di queste forme embrionali non fosse ricreativo, serviva ben altro – formare una consapevolezza, migliorare condizioni di lavoro e alleviare la miseria dilagante nella classe operaia.

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Inizialmente queste furono associazioni sfumate, dove non si distinguevano chiaramente attività sindacali ed attività culturali; il passo verso queste ultime fu mosso proprio in vista del risolvere l’ignoranza in cui spesso le classi operaie versavano. I circoli ricreativi non erano una novità nemmeno nell’800, ma mai fino a quel momento erano esistiti per chi non rientrasse in nobiltà o borghesia.

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Nel 1925 in Italia nacque l’assai famosa O.N.D., Opera Nazionale Dopolavoro: nel primo biennio d’infanzia questa associazione fu presieduta dal Duca d’Aosta. Oltre al compito di migliorare le condizioni lavorative, si puntava sull’organizzazione di sport, escursionismo, attività didattiche, gite turistiche, educazione artistica con fruizione di concerti, spettacoli teatrali e film, corsi serali per analfabeti… e potremmo andare avanti parecchio, perchè di obiettivi l’O.N.D. se ne pose davvero molti ed ebbe grande successo.

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Durante il fascismo ovviamente passò sotto il controllo del regime, ma a fianco della – non inaspettata – politica di indottrinamento continuò comunque ad incrementare l’offerta di servizi al popolo. Chiaramente agli scopi sopracitati si aggiunse quello di mantenere un certo controllo su qualsiasi forma di associazionismo, evitando così che potessero nascere focolai ribelli e tentando di infondere soprattutto nei giovani un grande sentimento di orgoglio nazionale. Durante gli anni del fascio le attività ricreative sorpassarono quelle culturali: non dimentichiamo che l’ideale promosso era quello dell’uomo sano, forte ed atletico – in quest’ottica si inserirono anche i progetti delle colonie e dei Balilla.

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Accanto ai dopolavoro maschili non tralasciamo quelli femminili, dove ci si concentrava soprattutto sul ricamo, il cucito, il rammendo – sui tipici lavori femminili insomma, cogliendo l’occasione per celebrare frattanto il ruolo di donna come madre di famiglia, colei che si prende cura delle mura domestiche e di chi vi risiede.

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Dopo il ’45 naturalmente le associazioni dopolavoristiche tornarono, per così dire, sul libero mercato. Nacquero molti dopolavoro privati, organizzati da grandi aziende per offrire surplus ai propri dipendenti e facilitare la cooperazione tra direttori ed operai; furono fondate anche molte associazioni dopolavoristiche di settore (es. il dopolavoro ferroviario). L’Opera del Dopolavoro divenne ENAL, Ente Nazionale Assistenza Lavoratori: la sua struttura era costituita da una presidenza nazionale, un ufficio regionale e, in ciascuna provincia, da un ufficio provinciale. Le attività promosse erano le più svariate: colonie per i figli, facilitazioni commerciali e sanitarie, spettacoli culturali, gare sportive e musicali, buoni di acquisto. Insomma, l’ENAL tentò in qualche modo di essere una porta di accesso al mondo per i meno fortunati.

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E poi? Poi, nel 1978, l’ENAL fu soppresso. Si può forse dire, sicuramente semplificando, che aveva ormai esaurito la sua funzione. La tendenza a de-centralizzare fece sì che si prediligessero attività locali indipendenti invece che grandi sovrastrutture centrali. Negli stessi anni, infatti, assistiamo anche alla nascita delle Unità Sanitarie Locali, le famose USL che poi divennero ASL – e che in parte si caricarono di funzioni che svolgevano i dopolavoro. Anche le associazioni private, sia dopolavoristiche che assistenzialistiche, si andarono sciogliendo negli anni ’70 per la maggior parte.

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Abbiamo ripassato un poco di storia, ora entriamo in questo dopolavoro dimenticato. C’è un piano sgangherato, i tasti bianchi e neri che sembrano nella penombra il ghigno di una strega.

20190425_112459-01.jpegEppure una volta han suonato, suonato forte, suonato da morire. Qui si ballava, si beveva, si facevano ampie giravolte tra un tavolino e l’altro – magari fermandosi per sorseggiare una cedrata o una gazzosa.

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C’era il cinema, per evadere dalla monotonia del quotidiano. Bastava sedersi su queste poltrone, lasciare da parte tutto il resto e via: ecco la prepotente musica di Ben Hur, il ritmo delle galee trascinarci al largo. Eravate schiavi con lui, oppure stavate cantando con Debbie Reynolds e Gene Kelly Singin’ in the rain? I segni degli anni ’50 qui sono ovunque. Sono nelle riviste dimenticate, nei poster dei film appena usciti. Nei registri dei biglietti venduti e dei posti occupati.

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C’è una sala bar dove campeggia un’insegna Coca-Cola piuttosto vetusta. Su un divanetto circolare, sicuramente non più attuale, un gatto mummificato sembra letteralmente urlare al mondo il proprio disappunto per esser trapassato in un luogo così demodé. Sul palco ligneo una sedia se ne sta in disparte, sola tra i pesanti tendaggi che aprivano e chiudevano le scene. Sembra dirci: vedete cosa è rimasto? Solo io. Di tutti i fondoschiena arroganti e non che ho ospitato, alla fine, non serbo che il ricordo lontano – loro morti, io viva. Perché alla fine, vale la pena dirlo, le cose ed i luoghi spesso ci sopravvivono. E vanno avanti a raccontare di noi, anche senza il nostro consenso. Come questo triciclo dimenticato in mezzo ad una stanzetta del secondo piano: chissà chi è il bimbo che vi ha pedalato felice, chissà se c’è ancora e se ancora ricorda quei lunghi pomeriggi assolati, ad aspettare un “Gino, c’è pronto, vieni a tavola”.

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In cima alle scale la vecchia insegna al neon del cinema è l’ultimo baluardo di un’epoca davvero finita. Nel sottotetto adiacente carte e carte ed ancora carte; vecchi manifesti di serate danzanti, pubblicità di prodotti oggi assolutamente dimenticati. Eppure io mi sento a casa, come sempre in questi luoghi che silenti sembrano stare ad attendermi. Le bottigliette di gazzosa in dispensa mi occhieggiano, complici: forse mi siederò anche io sulla sedia del palco, ad ascoltare note immaginarie con un bicchiere in mano. Alla salute, Amarcord.

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*** ENGLISH: Today we visited an abandoned working man’s club. In Italy the first places like this one were born around the Twenties, when there was enough class consciousness – before they were reserved just for the nobility and bourgeoise. In this club there were a cinema, a theatre, a piano bar. Everywhere you can find tickets for the old movies, it’s some kind of leap into the past. The piano is still there, you can easily imagine those long evenings spent listening to the Platters or someone else. In the food storage you can still find old bottles of soda and lemonade – brands are no longer existing.  Up the stairs there is the old neon sign of the cinema, now broken but still charming. The theatre is the best preserved place, with all the wood chairs still there and the coloured custains on the scene. Unfortunately, in the breakfast room, a poor cat lies mummified on the old sofa. Maybe he/she was searching for a quiet place to die. In another little room, a dusty tricycle seems to remind us of our forgotten childwood. Who knows what kind of life is now living his owner. On a table, you can find a magazine that is still produced today: its name is Mani di fata, it means “fairy hands” and it was (and it is) about embroidery and knitting. During the Seventies this kind of places closed, because people were able to organize and choose how to spend their free time without needing a state organization.

L’ex polveriera in Valle Fredda

146.510 metri quadrati, 500 di superficie lorda di pavimenti del corpo di guardia e 2.090 costituiti da 19 riservette: ecco la grande area della ex polveriera di Mompiano, nel Bresciano. È tra il ’38 ed il ’40 che quest’area, prima proprietà privata, viene espropriata per essere destinata a polveriera: rimane ancora visibile la casa padronale, oggi adibita a magazzino. Inizialmente l’area viene utilizzata per l’addestramento militare, ma presto – con la costruzione delle riservette coperte – comincia l’attività di stoccaggio esplosivi e munizioni, queste ultime spesso assemblate in loco da manodopera perlopiù femminile.

20190407_175546-01.jpegLa Val Fredda è particolarmente adatta ad ospitare una polveriera, perché è una valle molto stretta e subito a ridosso di un monte (Maddalena): queste caratteristiche la rendono difficilmente penetrabile via terra, altrettanto difficilmente individuabile via aria, e soprattutto atta a contenere una possibile deflagrazione. Nonostante queste premesse, nel 1944 la polveriera viene bombardata: l’ufficiale tedesco in carico impedisce ai soldati ed alle donne di fuggire, parandosi dinanzi al cancello. Muoiono 21 persone, ancora oggi all’entrata c’è un monumento in loro ricordo.

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La polveriera esplode una seconda volta nel ’46, causando morti tra i militari: esplodono dieci bombe, vanno persi materiali e magazzini. Al momento della dismissione, nel 1992, ci sono in forze presso la polveriera di Mompiano trentotto soldati, il sito non ha più funzione di assemblaggio bensì solo di stoccaggio.

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Solo nel 2007 lo Stato acquisisce l’area militare dal Ministero della Difesa: cominciano gli interventi di bonifica, particolarmente difficili considerando che parliamo di un’area abbandonata da circa 25 anni. Nel 2009 è stato fatto brillare l’ultimo ordigno presente nell’area, che ora risulta completamente smilitarizzata. Nel 2018 è stato inaugurato in loco un parco pubblico, che si propone come spazio di discussione/gioco/interazione con la natura nel rispetto di quella che è stata la storia della polveriera.

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Per questo gli edifici sono stati mantenuti e messi in sicurezza. Purtroppo non tutta l’area è accessibile, inoltre nonostante l’impegno delle associazioni la gestione di un’area così ampia è particolarmente problematica. Alcune zone sono tutt’ora precluse al pubblico, sebbene essendo la recinzione in pessimo stato non sia difficile fare capolino dall’altra parte. Da sottolineare la presenza nel parco di alcune installazioni artistiche curate da ArteValle; un progetto partorito dagli Gnari de’ Mompia’ che si propone di approfondire il legame arte-natura.

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Cosa è possibile vedere ed immaginare, oggi, del passato militare di questo luogo? La risposta è “moltissimo”.  Ci sono innanzitutto le garitte, da cui le sentinelle fisse controllavano l’ingresso ed il perimetro. C’è ancora anche la doppia recinzione, che per un perimetro totale di 1380 metri creava un corridoio di ronda per le sentinelle con i cani. Le riservette sono forse la parte più interessante: hanno dimensioni variabili, tutte con copertura ingabbiata in strutture metalliche con funzione di parafulmini.

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Si caratterizzano per le pareti leggere, realizzate in forato, e per il tetto – una volta – di eternit: queste peculiarità garantivano in caso di esplosioni un contenimento del danno grazie alla friabilità del materiale, che sarebbe esploso in una miriade di pezzi senza opporsi all’impatto – poi arrestato dalle barricate in cemento.

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Per qualcuno queste sono rimaste le “casematte”, termine che mi ha affascinata moltissimo: case che paiono tali ma sono tutt’altro, definite matte in quanto escono dal normale ordine delle cose, sono false-case, potrebbero ospitare famiglie mentre ospitano armi e soldati. Nelle Riservette più piccole si teneva la polvere da sparo, mentre in quelle più grandi gli armamenti.

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Più in alto e in disparte ci sono gli edifici che contenevano il fosforo bianco in panetti – uno degli esplosivi di più difficile stoccaggio, in quanto brucia a contatto con l’aria. I cartelli rossi, bianchi e blu all’esterno delle Riservette indicano la tipologia degli esplosivi contenuti all’interno, numerati da 1 a 4, per segnalare la pericolosità. I depositi riservati alle munizioni, dalla caratteristica forma ad igloo, non sono più visibili in quanto crollati sotto la famosa nevicata del 1985. Per concludere, una passeggiata nel Parco la consigliamo: per chi non è avvezzo all’urbex questa può essere una bella esperienza di esplorazione “controllata”, oltre che resa ancor più piacevole dalle numerose attività promosse dalle associazioni del luogo – per le quali vi raccomandiamo di consultare il calendario.

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La Valtellina dimenticata: il sanatorio di Prasomaso.

A Prasomaso, località sopra il paese di Tresivio – in Valtellina – posta a circa 1200 metri sul livello del mare, non c’era neanche la strada agli inizi del secolo. Ebbene sì, arrivava all’epoca solo fino alla frazione sottostante: gli otto chilometri necessari per congiungere Prasomaso col resto del mondo furono costruiti – e finanziati – dalla Società per i sanatori popolari di Prasomaso, che realizzò sia  la strada da Sant’Antonio a Prasomaso sia quella che permetteva alle carrozze di giungere al sanatorio da Tresivio in carrozza.

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Erano anni in cui la tubercolosi faceva davvero paura. Tre lettere sufficienti a far mancare il fiato: TBC. In fase pre-antibiotica, al malato di tbc non si sapeva sostanzialmente cosa prescrivere – se non un radicale cambiamento delle condizioni di vita: elioterapia, riposo, miglior cibo, miglior contesto climatico. Non si sottovaluti l’impatto di tali elementi in anni in cui tutto questo rappresentava quasi sempre un lusso, una pausa – seppur forzata – dal faticoso e durissimo lavoro quotidiano. Nascono così i sanatori, strutture solitamente esposte a sud, costruite in località climaticamente favorevoli, spesso circondate da boschi di conifere come in questo specifico caso.

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Tornassimo indietro nel tempo potremmo facilmente vedere interminabili file di pazienti di bianco vestiti, sdraiati sulle terrazze, esposti al sole come lenzuola ormai stinte. Del resto, per salvarsi dalla TBC non v’era altra ricetta prima della messa a punto degli antibiotici – per i quali dobbiamo attendere gli anni ’50, per non dire i ’60 se vogliamo parlare di una terapia consolidata.

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Il Sanatorio Popolare Umberto I fu realizzato tra il 1905 e 1910 dall’Opera Pia Sanatori Popolari di Milano che, grazie all’azione di sensibilizzazione del dottor Francesco Gatti – un vero luminare del tempo – decise la costruzione e la messa in esercizio di un Sanatorio popolare nella pineta di Prasomaso, a nord di Sondrio.
L’Umberto I – progettato quasi gratuitamente ad opera degli architetti Brioschi e Giachi – fu inaugurato il 29 luglio 1910 e divenne operativo dal successivo mese di agosto; si componeva di un edificio principale con la funzione propria di sanatorio, caratterizzato da un impianto simmetrico sviluppato per tre piani fuori terra ed uno seminterrato, coadiuvato da edifici di servizio minori – teatro, chiesa, portineria ecc.

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Venne ampliato due volte nella seconda metà degli anni Venti: la prima espansione comportò la costruzione di un nuovo livello di verande, la seconda la costruzione di un nuovo padiglione denominato “Sanatorio Giulia Gatti Rogorini”. Quest’ultimo divenne operativo dal 1929, era riservato a bambini e ragazzi di età non inferiore ai quattro anni e non superiore ai sedici. Nel 1977 l’Umberto I chiuse i battenti, ormai inutile con la sua immensa mole all’esercizio di una terapia profondamente cambiata, eseguibile senza ricovero, in day hospital se non addirittura a casa propria.

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Purtroppo nel caso di Prasomaso come di molte altre strutture sanatoriali pensare un recupero è piuttosto difficile. In primis parliamo sempre di strutture di dimensioni enormi, progettate per ospitare un numero di persone ad oggi impensabile per qualsivoglia attività che non implichi una – grandissima – affluenza turistica.

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Ora l’Umberto I è una gigantesca ombra sulla montagna. Nel corso degli anni sono stati asportati i materiali di pregio, rimangono enormi stanze vuote e tanto vento che entra dai vetri rotti ad accogliere chi vi si avventura. Quasi tutti voi che state leggendo avete avuto un conoscente, un parente, un amico che ha trascorso un periodo della propria vita in sanatorio.

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Di un luogo come questo si potrebbe dipingere un ritratto illuminista o scattare una fotografia a tinte fosche: la verità di un sanatorio è tale solo per chi l’ha vissuto sulla propria pelle. Per alcuni luogo di rinascita, di incontro, di socializzazione… per altri tetra prigione, simbolo di lancinante nostalgia, solitudine, talvolta persino abuso. Qui ci sono i sommersi e i salvati, si potrebbe dire. Per qualcuno il ricordo dei giorni trascorsi lontano da una vita di fatiche e stenti è ancora oggi fonte di un sorriso; altri visi si rabbuiano ripensandosi corpi inermi nelle mani di chi in fondo non padroneggiava alcuna scienza.

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Eppure tra queste mura sono nate amicizie profonde, talvolta amori che durano ancora oggi. Ci sono medici ed infermieri/e che hanno creduto con benevolente fiducia nell’efficacia dello strumento sanatorio. Ci sono politiche che ne hanno fatto un vanto, nonché un programma effettivamente realizzato – è il caso del fascismo, che si occupò della costruzione di moltissimi sanatori sul territorio nazionale. Ci sono preti che ivi trascorrevano le proprie giornate, a celebrar messe nelle chiese di cui praticamente tutte queste strutture erano dotate.

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Ci sono persone del luogo, panettieri, maniscalchi, calzolai, lattai… che ricordano com’era mescolarsi con un’umanità tanto variopinta, sebbene con le dovute attenzioni a causa del possibile contagio. Abitanti di un piccolo paesino sperduto in Valtellina, che si sono ritrovati ad essere protagonisti o quanto meno attori di un progetto molto più grande di loro. E ne hanno egregiamente fatto parte, in quanto in fondo cosa è un progetto se non l’insieme delle persone che lo pongono in essere?

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I sanatori hanno fatto tanto, nel bene – e qualcuno aggiungerebbe anche nel male, ma forse son voci meno numerose delle prime. I sanatori sono stati strumenti, anche se oramai superati, di quel benessere che l’uomo ha tentato nella sua lunga storia di garantire ai propri simili… e come tali andrebbero quanto meno studiati, raccontati, palesati. Invece muoiono così, dimenticati tra i rovi e le macerie, nel disinteresse generale che ricopre tutto quanto non occorre più. Sic transit gloria mundi.

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Le terme di Tartavalle: un glorioso passato dimenticato.

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Il bel viale d’accesso in una foto d’epoca, dove si vede sia l’hotel sia la struttura dei bagni.

Taceno, ottobre 2018: i pompieri intervengono presso il vecchio albergo delle Terme di Tartavalle, per domare un incendio – probabilmente doloso – che ha divorato gran parte degli arredi rimasti all’interno della struttura. L’ex albergo è di proprietà di un imprenditore di Calco che lo ha acquistato all’asta per quasi un milione di euro. La struttura è, per così dire,  chiusa ma non chiusissima, utilizzando un neologismo che rende bene l’idea: come spesso accade gli edifici abbandonati diventano punto di ritrovo per i ragazzini della zona, si sospetta proprio che all’origine dell’incendio ci sia stata una bravata – testimoni avrebbero visto qualcuno aggirarsi furtivamente poco prima del levarsi delle fiamme.

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Il viale d’accesso all’albergo coperto dalla neve, 2017.

Purtroppo con le fiamme se ne va un altro pezzo di quello che è stato il passato davvero glorioso della nostra Valsassina, passato del quale amano parlare gli abitanti che ben ricordano il via vai delle rinomate Terme. Ma procediamo con ordine: le origini prima di tutto. Ci aiutiamo con le preziose notizie riportate dal sito web http://www.termeditartavalle.it:

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La fonte negli anni ’60.

“Presso Bellano, amenissimo villaggio della sponda orientale, del Lago di Como, è stata recentemente scoperta una nuova fonte minerale acidulo – salino – ferruginosa, meritevole di tutta l’attenzione dei medici per la sua salutifera azione contro gran numero di malattie. Quest’acqua scaturisce alla distanza di circa ottanta passi dalla sponda sinistra del fiume Piovema, altezza di circa metri 76 al di sopra del Lario e si sale ad essa per la strada provinciale che conduce nella Valsassina varcando sul ponte di San Rocco l’orrido che trae l’ammirazione dei viaggiatori e dopo Bonzeno prendendo un delizioso sentiero campestre fra vigneti e macchie. Il nocciolo di quella parte del monte, nella quale esiste questa fonte è una roccia emersoria mista di sostanze piritose, ocracee, con filoni di quarzo in grano, che alla distanza di circa un miglio cangiasi in una puddinga sedimentaria, indi in una massa calcarea, la quale forma la rimanente parte della catena dei monti verso Esino. E il terreno che la copre è siliceo-spatico-argilloso-calcare, carico di humus e perciò piuttosto fertile.”

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La fonte nelle condizioni attuali.

E’ la Gazzetta Medica Italiana del 1851 a riportare queste parole il cui autore, Padre Ottavio Ferrario, è niente meno che un distinto chimico della Farmacia Fatebenefratelli di Milano. Padre Ottavio giunge il Valsassina appositamente per analizzare quest’acqua miracolosa, cui riconosce proprietà ricostituenti da tempo già note alla popolazione locale – che dell’acqua faceva uso con successo.

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La fontana nel cortile dell’albergo, 2017.

Comincia un pellegrinaggio consistente di ammalati presso la piana di Tartavalle: si tratta di persone colpite da “flogosi lente e croniche degli organi gastro-epatici, affezioni degli organi orinari, anemie, disturbi di stomaco, e diverse forme in cui i principi infiammatori possono essere risolti”. La fama delle acque si va diffondendo, vengono scritti opuscoli informativi relativi ai benefici, i visitatori vanno aumentando e si rende evidente la possibilità – e necessità – di uno sfruttamento più sistematico ed organizzato delle acque, che preveda altresì opportune strutture dedicate all’accoglienza.

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La piccola galleria degli esercizi commerciali, dove c’è l’edificio destinato ai bagni.

Dalle informazioni del Ministero dell’Interno del 1907 si ricava che i visitatori della fonte sarebbero circa 1500 l’anno, accolti in loco dal piccolo stabilimento creato da “Don Clemente e Don Tranquillo Fondra, esercitato dal signor Giuseppe Villa, che ha 10 tinozze da bagno in cemento e 5 docce. Il prezzo di ogni operazione balneare è di £ 1. Annesso allo stabilimento vi è un albergo capace di alloggiare contemporaneamente 80 persone, con una pensione media giornaliera, di £ 7.”  

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La sala giochi dell’albergo, o meglio quanto ne restava prima dell’incendio. 2017.

Nel 1919 la proprietà passa dai Fondra ai Mantegazza, cui si devono le operazioni di ampliamento delle strutture destinate all’imbottigliamento e ai bagni,  effettuate intorno al 1930. Nel 1929 inizia lo sviluppo della struttura ricettiva destinata ad ospitare i degenti, poi ampliata nel successivo 1966. Le due principali sorgenti sono due: l’Antica Fonte e la Sorgente Grotto. La prima è solfato-bicarbonato-alcalino-terrosa, indicata per la cura delle patologie epatiche, delle vie biliari e contro l’anemia – grazie al ferro in sospensione, che le dona peraltro il caratteristico colore che ancora oggi la contraddistingue. La Sorgente Grotto invece è bicarbonato-alcalino-terrosa, consigliata per la cura di malattie renali e patologie delle vie urinarie.

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Arredo in una delle stanze dell’albergo.

Il periodo d’oro delle Terme di Tartavalle va collocato proprio a cavallo tra fine Ottocento ed inizio Novecento: l’acqua di Tartavalle è la prima vera fortuna della Valsassina per quanto riguarda il richiamo di turismo, al punto che alla stazione di Bellano viene aggiunta la scritta Tartavalle Terme. Con la seconda guerra mondiale è chiaro che le cose cambiano: c’è poco da pensare all’acqua termale, ed in più l’albergo e la struttura delle terme vengono requisiti – tra il ’43 ed il ’45 – dai tedeschi che vi collocano il comando della milizia territoriale germanica per tutta la Valsassina e la confinante Valvarrone, che registrava verso Premana, sul Legnone e su altri monti un’intensa attività partigiana.

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La bilancia che si trova tutt’ora nella stanza della fonte.

Negli anni ’60 assistiamo ad un nuovo rilancio: il Mantegazza lascia la sua professione medica in quel di Milano per ritirarsi in Valsassina e concentrarsi sul futuro dello stabilimento termale. Sono questi gli anni che vedono Tartavalle ospitare i ritiri del Calcio Lecco e persino della Nazionale azzurra di ciclismo, serate di gala, eventi di moda. Sono gli anni in cui nasce la sagra delle sagre della vicina Pasturo, viene organizzato il primo Gran Premio ciclistico della Valsassina nel 1966.

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Cartello presente all’interno dell’edificio dei bagni.

L’albergo a fianco degli stabilimenti termali può ospitare fino a 120 persone ed offrire ai clienti un ambiente particolarmente salubre, grazie alla pineta di oltre 60.000 alberi che lo circonda. Negli anni ’80, quel che resta del sogno naufraga definitivamente. Dopo la morte del Dott. Mantegazza gli eredi, anche per vicessitudini e difficoltà burocratiche di vario genere, non proseguono con l’attività.

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Il bancone dell’albergo.

L’ultimo capitolo della sfortunata Tartavalle comincia nel 2007 con la costituzione della società TERME DI TARTAVALLE S.r.l. per l’acquisto del vecchio complesso termale e per investire nel progetto di rilancio dell’area: fino al 2017 si susseguono diversi progetti, di cui l’ultimo naufragato nel 2016 – anno della sentenza pubblica del Tribunale di Lecco che dichiara il fallimento della Antica Fonte di Tartavalle S.R.L.

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Secondo la sentenza “sussiste lo stato di insolvenza a causa dell’attuale impossibilità della debitrice a far fronte al pagamento dei propri debiti e dell’assenza di prospettive di adempimenti in tempi ragionevoli, come dimostrato dall’inadempimento ammesso per oltre 700mila euro e dall’esito negativo del tentativo di presentare un piano di ristrutturazione e una proposta concordataria nonostante il rinvio concesso”.

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Macchinari per terapie termali.

Oggi è chiuso anche il birrificio Tartavalle Terme, avente sede in una struttura adiacente a ciò che rimane dei bagni e dell’albergo. Sono dunque ben tre le strutture chiuse – due in stato di abbandono, una chiusa ma curata e vigilata – senza contare tutto il terreno annesso. Siamo tutti in attesa di capire cosa accadrà a questo luogo che sembra portarsi dietro un aura palese di sfortuna: intanto l’acqua continua a sgorgare imperterrita, coi suoi riflessi rosso scuro, ed ancora c’è chi – ormai anziano – si ricorda bambino andare a prenderla vicino al fiume, doverla bere su indicazione dei genitori  perchè la fa bee. E ne sente ancora il sapore ferrigno in bocca.

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La cucina dell’albergo.

Appuntamento al Forte di Monte

 

Il sole sta tramontando, l’aria è molto fredda. Regna un grande silenzio. Non così era nel ’44, quando la US Air Force bombardò il forte durante la battaglia del Brennero. Non così era nemmeno nel ’45, quando un cannoneggiamento delle truppe anglo-americane distrusse le mura sia interne che esterne. Ma  ora, ora regna quel silenzio che solo nei luoghi abbandonati trova una consona dimora.

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Edificato tra il 1849 e il 1852 allo scopo di proteggere il confine austriaco, il Forte Monte sorge nella zona strategica della stretta dell’Adige dove passano la strada del Brennero e la ferrovia. Per raggiungerlo in auto sono tanti i tornanti da affrontare, ci si inerpica rapidamente e subito ci si rende conto della strategica visuale che da lì si può godere. Anche il forte Wohlgemuth a Rivoli Veronese e il forte Hlawaty a Ceraino dovevano servire al medesimo scopo. Voluto dal feldmaresciallo Radetzky, faceva parte di un più ampio progetto di fortificazione della zona di Verona e territori limitrofi. Fu progettato dall’Imperiale Regio Ufficio delle Fortificazioni di Verona e i lavori furono diretti dal Genio Militare; fu intitolato al generale austriaco Anton Von Mollinary.

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Nel 1884 fu ammodernato, in quanto giudicato idoneo dal Regio Esercito del Regno di’Italia – che si era nel frattempo esteso anche al Veneto. Fu utilizzato nella seconda guerra mondiale, ma probabilmente abbandonato dai tedeschi già nel 1944 – quando la zona si sapeva soggetta ad intensi bombardamenti. Oggi il terreno dove sorge è di proprietà privata, il tutto versa in un completo stato di abbandono. Eppure è un luogo dove ancora vengono in tanti, soprattutto – come noi – al tramonto.

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E’ straordinario vedere il popolo della sera aggirarsi tra gli scheletri di queste mura. Ci sono coppiette innamorate, che scelgono gli angoli più appartati per tenersi per mano e contemplare in silenzio il sole che scende. Ci sono compagnie intere, che con qualche birra si siedono con le gambe penzoloni nel vuoto – ad assaporare uno spazio altro, riservato, dimenticato. Uno spazio dove sentirsi liberi, e dove anche a quindici anni non appare così poi ridicolo lasciarsi andare a pensieri pseudo filosofici. Sarà questo panorama che toglie il fiato, questo rosso che incendia la linea dell’orizzonte punteggiata dalle pale eoliche.

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Infine ci sono i fotografi. Si trascinano dietro enormi manfrotti, zaini pesanti di obiettivi e di filtri. Sono silenziosi, gelosi dei loro appostamenti. Qualcuno ha un thermos di tè caldo per ingannare l’attesa del momento magico da immortalare. In tutto questo ci sono io, armata di una banalissima Canon Eos 1200D, da usare a mano libera, non ho nemmeno portato il cavalletto. Ero ancora nell’era ingenua in cui credevo si potesse ottenere uno scatto decente senza bisogno di nulla – povera creatura. Sarà questa assenza di attrezzature a mia disposizione, ma mentre gli altri trafficano con mille parametri io me ne sto semplicemente incantata dinanzi a questo spettacolo. Che non è solo uno spettacolo della natura; è soprattutto uno spettacolo di umanità. Sì perchè siamo qui, in quasi venti persone, nel medesimo luogo senza che nessuno si sia accordato per questo silente appuntamento. Siamo qui per il misterioso richiamo che luoghi come questi sanno ancora lanciare, nonostante il nostro Stato – e i singoli proprietari – facciano a volte di tutto per scoraggiare il loro canto.

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Signore e signori, dovrete impegnarvi di più per fermare gli uomini e le donne che ancora sanno tendere l’orecchio alla bellezza. Noi non ci scoraggeremo, non ci fermeremo, non resteremo fuori da vostri spazi malamente delimitati. Continueremo a fotografarli, scrivere di loro, darne notizia. Continueremo ad essere scomodi, laddove gradireste una cortina di silenzio che copra convenientemente il vostro disinteresse. Non saranno i vostri malandati cartelli di divieto ad arrestare il nostro passo, solo il recupero può placare la nostra sete. Solo vedervi fare, sentire il vostro impegno. Sembrerà strano ma ci sono ancora molte persone cui è cara la storia del nostro Paese. E queste persone non vogliono veder perduti luoghi come questo, dove spesso si adoperano anche con iniziative di volontariato per evitare situazioni di abbandono ancora più gravi. Non vedete che, nonostante tutto, ci sono più persone qui in un gelido sabato sera che al bar del paese? Non dovrebbe questo essere spunto di riflessione per chi fa orecchie da mercante? Non potrebbe – azzardo – persino suggerire un buon investimento economico? Qualsiasi sia la vostra risposta, siate certi di una cosa sola… come Odìsseo, non cesseremo – sebbene legati – di voler rischiare pur di ascoltare il canto delle Sirene.

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Presallo e le sue scarpe dimenticate

 

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Presallo, situato in Lombardia a circa 800 mt di altitudine, è per chi ha voglia di dimenticare che esiste la gente. Silenzioso ed abbandonato, si incontra lungo un percorso di collegamento tra la Valtellina e la Valsassina; è un piccolo nucleo di abitazioni ormai quasi totalmente crollate. Si sa poco della storia di questo luogo, se non che nacque con la funzione di lazzaretto dopo la peste del 1630. È preceduto da Inesio, frazione ancora in vita a differenza della sua vicina, dove era assai diffusa la coltura del baco da seta e dove ancora oggi si può individuare l’ex filatoio, attivo fino ai primi del ‘900 ed oggi ristrutturato.

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Per raggiungere Presallo è consigliabile lasciare la macchina sulla strada asfaltata, nei pressi dell’Agriturismo Gulliver sito in Vendrogno. Dalla strada non sarà difficile scorgere un sentiero che s’inerpica verso la montagna, abbastanza ripido inizialmente, decisamente non molto battuto. Dopo nemmeno dieci minuti di salita a piedi vi renderete conto, come me, che l’unico rumore rimasto sarà lo sciabordio allegro dell’acqua che scende tra le case.

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C’è una sola casa che non ha l’aria abbandonata, dove fino a non molto tempo fa’ abitava l’unico essere umano presente tra questi boschi. Purtroppo è stato anche l’ultimo. Quest’unica casa, oltre che essere chiusa, è ancora tenuta mediamente bene e qualcuno si prende cura, ogni tanto, del bel giardino che la circonda.

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Sul retro c’è una bellissima fontana che intercetta l’acqua del fiumetto, comoda per lavare, con la sua bella tazza posata sul bordo pronta a servire qualsiasi viandante assetato. Il resto delle case, molto antiche, è pericolante se non crollato. Inaspettatamente però non si tratta delle solite rovine vuote: qui la vita sembra essere rimasta prigioniera delle pietre, immobilizzata dai rovi che l’hanno stregata. Prima di tutto, i macchinari per produrre e conservare il vino sono ovunque. È evidente che si trattasse di una produzione casalinga ma molto consistente, le vecchie bottiglie si incontrano ad ogni passo.

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Una stanza, in particolare, sembra essersi conservata esattamente come è stata lasciata – ed è miracolosamente ancora in piedi, integra: ci sono borsette da donna, giocattoli, giornali, coperte, un cucinino, persino una piccola collezione di soldatini che sembra esser stata tenuta benissimo dal suo piccolo proprietario. Il camino è ancora nero di cenere. C’è una strabiliante quantità di scarpe nella stanza: da uomo, da donna, da bambino. C’è un orecchino a forma di rosa, delle immagini sacre.

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C’è l’impronta di una donna nell’arredamento della casa; sicuramente di una mamma col suo bimbo – il cui lettino spoglio è ancora lì, grigio e triste. Un vecchio telefono giocattolo lascia pendere annoiato il ricevitore.

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In quel che rimane dell’abitazione di fronte, dentro una sorta di cantina dalle volte molto basse, di nuovo ecco fare capolino dalla polvere del pavimento in terra battuta un’altra ventina di paia di scarpe, per tutti i gusti: mocassini, scarpe da ginnastica, eleganti, ciabatte.

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Chissà quale è la storia di questa famiglia. Perché se ne è andata, e dove. Perché ha lasciato tutto a partire dagli anni ’80, senza portar con sé – nemmeno – le scarpe. Dove sono andati tutti, verrebbe da dire quasi a piedi scalzi, senza i loro effetti personali? Cosa è successo tra queste mura, al bimbo che giocava con i soldatini, alla ragazza che teneva in ordine la sua bella borsetta rossa?

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Le loro testimonianze di vita ora sono della montagna. Che copre tutto con i suoi rami, con le sue foglie, con la sua terra. Che tra poco, senza chiedere permesso, si mangerà anche quanto fino ad oggi è faticosamente sopravvissuto: forse è più clemente di noi, non si ostina a tenere in vita dolorose memorie.

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Presallo is a small abandoned village located at about 800 meters above sea level, in northern Italy not far from Como lake.

It was founded after 1630 when, due to a tragic pestilence, a place was needed to isolate the sick from the healthy ones.

Today even the last one who was still living there is dead, his house is the only one in good conditions while the others are all collapsed or otherwise seriously damaged

The place is beautiful because surrounded by woods, quiet, only reachable on foot. You only hear the lapping of the river water, channeled into a fountain where people used to do the laundry.

Inside the abandoned houses there are still the personal objects of those who lived there. Handbags, toys, newspapers, some toy soldiers held once very well by their small owner.

Above all there are at least thirty pairs of shoes for men, women and children. I often wondered what the mystery of this family is, apparently they went away leaving everything and almost barefoot. This will probably remain a secret guarded by the mountains…

 

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Corte Bocchi: la bellezza che sopravvive al terremoto.

La corte chiusa, nella bassa modenese, è una tipologia di azienda agricola che raggruppa in una struttura unica diversi edifici, rustici e non: casa padronale, stalle, fienili, granai, porcilaie e quant’altro. Oggi parliamo di una corte chiusa molto antica, il cui nucleo originario risale niente meno che al Quattrocento: la Corte Bocchi, sita a Staggia, frazione del Comune di San Prospero. La casa signorile che ne rappresenta il cuore pulsante è stata rimaneggiata verso la metà del ‘700 quando viene affiancata da due torri, come è possibile vedere nella fotografia sottostante che immortala un particolare dell’affresco interno.

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Delle torri solo una è sopravvissuta fino al sisma del 2012, e dopo la furia del terremoto anche la superstite è crollata. La corte, ereditata nel 1936 da Tito Bocchi, era appartenuta in precedenza al sindaco  – duranti gli anni ’20 –  del comune di San Prospero. La Corte Bocchi è stata giustamente segnalata, fino al 2012, sui siti web del comune e della provincia come bellissimo esempio di architettura tipica del territorio modenese. Il Comune aveva provveduto anche all’installazione di un cartello che la facesse notare a chi, magari in bicicletta durante una bella giornata di sole, vi fosse capitato dinanzi domandandosi notizie di cotanta bellezza. Dopo il terremoto, il cartello intitolato alla Corte Bocchi ci accoglie come possiamo vedere qui sotto in fotografia.

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Oltre il cartello, un cancello arrugginito e solo accostato segna l’accesso a quello che doveva essere il giardino della Corte. L’autunno ha medicato in parte, con il suo tappeto di foglie colorate, le ferite della terra. Gli attrezzi agricoli riposano sornioni, come si addice a una domenica di novembre. Peccato che il loro riposo non sia destinato a finire tanto presto.

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Dentro la casa padronale alcune stanze sono completamente collassate. Ma nella sala principale, cui si accedeva prima del sisma dall’enorme portone d’ingresso, si rimane muti a contemplare la bellezza di ciò che miracolosamente rimane in piedi. Le scene dipinte sulle pareti parlano della gioia e serenità della vita nei campi, raccontano la ricchezza rurale della Corte che fu, dove si lavorava e viveva in letizia. I colori sono ancora brillanti, appena sotto la polvere che i calcinacci hanno sollevato. Questa stanza è rimasta immacolata, come se persino il terremoto non avesse avuto il coraggio di portare distruzione alla bellezza.

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Fuori, l’accesso di quel che rimane della torre e delle costruzioni adiacenti è ricoperto ormai da rampicanti spogli. Come capelli adornano le macerie, smussano gli spigoli della pietra viva, sono l’unico gioiello indossato da questi mattoni dimenticati.

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Oggi a Staggia tutto è silenzioso. Qualcuno passeggia nonostante l’umidità e la nebbia, un signore anziano – con lo sguardo pensoso sotto il suo cappello – si ferma davanti alla Corte a contemplarla dal cancello. Ci racconta che gli piange il cuore ogni volta che passa per questa strada. Vede la Chiesa, la Corte Bocchi, Villa Vecchi… tutte bellezze che furono, mutilate dalla forza distruttrice che, ormai sei anni or sono, è salita dalle viscere della terra a cambiare per sempre la vita di chi qui abitava.

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Non ha visto interventi dopo quelli urgenti del momento, il signore col cappello. Forse, rispondiamo noi, in situazioni simili gli sforzi – economici e non – vanno prima di tutto alla popolazione e alle case. Case dove si deve ricominciare a mangiare, bere, dormire. Dove la vita deve andare avanti. “Però” – dice il signore col cappello – “è un peccato.” Come no, lo sappiamo bene che è un peccato. Perchè la bellezza, nonostante il terremoto, è sopravvissuta ed è ancora lì ad aspettare noi. Noi che potremmo essere la sua unica salvezza.

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Today we speak of a very old typical farmhouse, whose original nucleus dates back to no less than the fifteenth century: its name is Corte Bocchi, located in Staggia, in San Prospero  (north of Italy). In these places the 2012 earthquake destroyed many buildings, and today they have not been restored yet. Corte Bocchi was remodeled in the mid-1700s when it was flanked by two towers, both no more visible. The manor house has survived with the wonderful frescoes that you can see in the photographs. Many rooms completely collapsed, but miraculously as you can see the most beautiful and completely painted one still resists. The earthquake spared the life of this beauty, it is up to us to take care of it now.

Abbandono, una filosofia personale.

I luoghi dell’abbandono sono terre di confine, spazi dove la trama della società si dirada, in un continuo e progressivo lacerarsi che lascia affiorare sempre più potentemente la natura. Sono luoghi dove la stoffa dell’urbanizzazione, antica o moderna che sia stata, è ormai lisa dall’incuria che l’uomo le ha riservato. Luoghi fatiscenti. Il termine stesso aiuta ad annusarli; sembra quasi di catturarne anche qui ed ora l’odore pungente di muffa e umidità. Dal latino: fatiscens, participio presente del verbo fatisci; fendersi. Fendersi proprio come l’opera dell’uomo si apre in crepe sotto il peso del tempo che incalza. Il fatiscente è la cifra della rovina – che col participio presente diventa una rovina attuale, in itinere. Come se ciò che è stato si stesse sgretolando anche adesso, sotto i nostri occhi, i nostri passi leggeri di visitatori inattesi. Fatiscenti evoca immediatamente l’immagine di vecchi edifici cadenti, lamiere arrugginite, finestre come occhi spalancati nel buio. A qualcuno tornerà alla memoria una fabbrica dismessa in periferia, ad altri quello scalo ferroviario abbandonato dopo l’elettrificazione, o un manicomio smantellato dopo la promulgazione della legge Basaglia. Ad altri ancora tornerà alla memoria una vecchia casa che esploravano da bambini; quando il senso dell’avventura che si annida in ognuno di noi non si era ancora assopito.

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Sono generalmente luoghi che incutono timore, suscitano disagio in chi, di passaggio, se li ritrova dinanzi. Nella visuale paesaggistica quotidiana, occidentale, urbanizzata e sempre – ora più ora meno – ordinata si apre all’improvviso uno squarcio: il decadente. Qualcuno, specialmente se della mia stessa generazione, a queste mie parole abbinerà sicuramente l’immagine della realtà virtuale del film Matrix. Una realtà che aspira a dipingersi perfetta, preordinata, rassicurante; ma nella quale si intravedono nemmeno troppo celati quelli che potremmo chiamare i buchi del sistema.

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Così sono i luoghi del vento: rivelazioni improvvise di ciò che sta dietro, che sta sotto, che sta oltre. All’occhio che lentamente si disabitua alla luce sfavillante del mondo-che-è-in-funzione, si svela poco a poco ciò che sta, dimenticato, dietro le quinte. Macchine che dormono sonni eterni sotto lamiere contorte, libri che rimangono muti, con la sola polvere come compagna; soglie che si aprono su stanze buie, dove gli oggetti sembrano spesso aspettare che ritorni il padrone, in perenne attesa, come un cane dinanzi alla finestra.

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La decadenza è terreno fertile per l’ambivalenza emotiva: ne siamo attratti e respinti, contemporaneamente, oscilliamo come pendoli tra l’inquietudine e il fascino della scoperta, sentimenti direttamente collegati tra loro da una parola chiave: rischio –  termine che troppo spesso abbiniamo, erroneamente, ai possibili effetti indesiderati di un’azione mentre in realtà è una vox media, non connotata né positivamente né negativamente. Il rischio è l’effetto dell’incertezza dei risultati, è connesso con la nostra (in)capacità di predizione ed intervento dinanzi ad eventi dall’esito non noto. Rischiare ci pone in una situazione psicologica in cui si affiancano timore, impazienza, desiderio. Un connubio molto potente ed adrenalinico. Anche la consapevolezza di una possibile ricompensa è un richiamo piuttosto forte: cosa ci sarà dietro quella porta? Un tesoro? Non si è mai troppo grandi per tornare bambini, paure comprese: e se invece ci fosse un mostro? O un fantasma? Tutte sciocchezze all’acqua di rose se lette sulla carta, già più vivide se vissute dentro a realtà virtuali, decisamente vive quando ci si muove nel mondo.

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La sete di avventura non è un lusso ma una necessità dello spirito umano, come ci ricorda Alex Bellini, valtellinese, reduce da poco dall’esplorazione del ghiacciaio islandese Vatnajokull. Che le avventure siano grandi o piccole, è lui il primo a ricordarcelo, non ha poi così importanza – ciò che conta è appagare un bisogno proprio dell’uomo, riconnettersi con il momento presente, cercare la vita, ricordandosi che ha sempre un prezzo. Non c’è una differenza così abissale tra l’aprire gli occhi su un nuovo mondo e l’aprire una porta chiusa da mezzo secolo. Entrambi i luoghi possono essere ostili, possono nascondere insidie, pericoli, forme di vita non felici della nostra presenza. Entrambi i luoghi ci pongono davanti all’interrogativo: cosa ci sarà al di là…? E alla risposta: voglio scoprirlo io, voglio essere io a svelare il segreto, a sollevare il velo di Maya sulla verità. Ecco che l’esploratore urbano cerca di diventare la versione 2.0 dell’archeologo, ma senza gloria alcuna e soprattutto senza pretese e competenze.

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Questo solitario esploratore in nero è un personaggio schivo, che si muove dentro a spazi dimenticati imitandone l’ombra ed il silenzio. La sua fedele compagna d’avventura è una macchina fotografica, qualche volta un cane se l’ambiente lo permette senza pericolo. Meno spesso, un altro essere umano perversamente attratto dalla stessa insana passione. L’esplorazione urbana è un’attività dai contorni indefiniti: bisogna essere un po’ scalatori e un po’ acrobati, discreti fotografi e possibilmente appassionati di storia. Sicuramente, bisogna essere rispettosi.

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Perché l’ambiente urbanizzato? Perché ancora più della natura selvaggia ci ricorda che l’uomo è solo un ospite, ma che purtroppo non vive come tale. Edifica, accumula, non recupera ed abbandona. La natura lentamente si riprende questi rifiuti urbani, questi spazi che le sono stati rubati, ingoiando interi edifici nella gola profonda dei suoi rovi. Talvolta gli edifici abbandonati sono stati in passato di un certo interesse storico, e conservano testimonianze del loro antico splendore. Ci si può imbattere in manufatti artistici che fanno esclamare all’Indiana Jones che c’è in noi: dovrebbe stare in un museo! E così l’esploratore in nero rivela la propria sensibilità, il lato etico di un’attività che non è solo un hobby fine a se stesso ma aspira a risvegliare le coscienze. Quelle delle associazioni culturali, delle amministrazioni comunali, degli organismi di governo e del privato cittadino. È la preghiera muta delle dimore del vento: cara Italia, siamo qui, vecchie pietre che ancora portano i segni degli ormai passati fasti; abbiamo ancora molto da dare, da raccontare, da tramandare.

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Quanti di questi luoghi, se fossero restaurati con sapienza e criterio, potrebbero essere visitati con interesse da ospiti paganti? Quanti potrebbero invece essere ristrutturati, ripristinati con altra destinazione d’uso, combattendo così a latere la barbara cementificazione che ci assale? Non si tratta di fantasie poi così irrealistiche, se consideriamo che uno dei progetti più amati del FAI,I luoghi del cuore, non nasce poi così lontano. E’ dal 2003 che il FAI, in collaborazione con Intesa San Paolo, lascia la possibilità ai cittadini di segnalare luoghi nascosti da recuperare. Si tratta di piccoli o grandi tesori, sparsi in questa nostra Italia che quasi non sa più che farsene di tutta la bellezza che la ricopre – e che, sicuramente, fa molta fatica ad amministrare. I due enti a fronte delle molte segnalazioni ricevute in questi anni si sono presi cura dei luoghi più votati sul web, portandoli a nuova vita e talvolta all’apertura al pubblico.

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Chiaramente non tutti i luoghi abbandonati offrono potenzialità tali da poter essere considerati di interesse di associazioni così importanti, ma fortunatamente l’architettura di recupero pensa spesso a come riciclare con altre destinazioni d’uso questi luoghi che hanno tanto da dire. È il caso, per fare qualche esempio a livello locale, della miniera Sant’Aloisio in Valtrompia trasformata in un bel parco avventura; stesso destino toccato alle vecchie miniere dei Piani Resinelli (vicino a Lecco) che ora possono essere visitate con gioia da tanti bambini. Sfortunatamente questi interventi richiedono quasi sempre l’interesse e i fondi dei privati; va da sé che non sempre si riesca a preservare la fruibilità del luogo in questione da parte di un pubblico vasto. È il caso di Villa Feltrinelli a Gargnano, storica e meravigliosa dimora neogotica dove soggiornò Mussolini dopo l’8 ottobre 1943: anni ed anni di declino, alla mercé di chiunque volesse entrarvi per vandalizzare, sottrarre oggetti, distruggere arredi. Poi, nel 1997, la rinascita grazie al noto hotelier Bob Burns: oggi servono minimo 500 euro per provare l’ebbrezza di soggiornare in quello che è diventato il più prestigioso hotel della zona, sempre – sia ben chiaro – che si sia disposti ad accontentarsi della camera più economica. Accade così che pochi privilegiati possano ammirare quanto resta dell’antica limonaia dove passeggiava il Duce, o immergersi nell’atmosfera della nobiltà ricreata dallo studio di San Francisco cui fu affidato il sapiente restauro. Polemiche da avanzare? Sì, tante, ma tutte si arrestano dinanzi alla fatidica domanda: meglio privata e godibile da pochi, o completamente in rovina e aperta a tutti?

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Davanti a questo dilemma non resta, come farebbe il buon Battiato, che alzare bandiera bianca. Il problema non è che questi luoghi siano sconosciuti, dimenticati, non censiti; il problema davvero enorme si racchiude in una sola parola: soldi. Soldi che il Governo non ritiene di dover destinare all’ambito della tutela del patrimonio, soldi che conviene far girare con nuovi cantieri e nuovi appalti – cementificare purtroppo è un affare, pulito e non; ma sempre affare rimane. È così che assistiamo allo spettacolo desolante di cantieri avviati e mai finiti, o infrastrutture nuove di zecca mai inaugurate ed ormai già in rovina. Ecomostri che, peggio ancora dei loro quasi sempre più nobili predecessori, di vita e di storia non ne hanno mai avuta nemmeno una. È il paesaggio urbano del non-finito, uno scenario di costruzioni mai portate a termine che, soprattutto nelle zone d’Italia più soggette all’abusivismo, coinvolge anche le abitazioni private.

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Il nostro uomo in nero esplora anche questi paesaggi sublunari, ma li ama meno delle costruzioni con una storia. Qui ci va per spirito di denuncia, per indignazione; là, ci va alla ricerca di bellezza.

 

Terre di magia – Saletta e Torrione

Siamo in Piemonte, a pochi chilometri da Vercelli. Terre di nebbie mattutine e di risaie sconfinate. Così sono Saletta e Torrione, piccole frazioni della non molto più grande Costanzana: campi, cascine, un castello oggi ristrutturato e privato, una strana chiesa, una cappella, un tempietto circolare. Gli abitanti? Scomparsi quasi tutti o più precisamente – qualora ci si affidasse a quanto riportato dai giornali locali – scappati terrorizzati dalle presenze sovrannaturali del luogo. Molti sono gli articoli – sul web e non – che amano classificare Saletta molto in alto nella lista dei luoghi infestati d’Italia. Noi non amiamo la suggestione e le dicerie, pertanto ci atterremo ai fatti che, peraltro, appaiono già in questo caso sufficientemente interessanti senza esser coloriti ulteriormente.

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La chiesa di Saletta è particolare. Lo vede chiunque, sostandovi davanti ed alzando gli occhi sul suo frontone: la decorazione è completamente composta da teschi di bovini che, con le loro lunghe corna, sembrano fare la guardia alla particolare sacralità di questo luogo. L’entrata è completamente murata e l’adiacente piccolo cimitero appare ormai quasi del tutto irriconoscibile. Le poche tombe che erano presenti sono state negli anni completamente distrutte e saccheggiate. Perchè?

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Perchè tra gli anni ’80 e ’90 purtroppo Saletta ha attratto eterogenee frequentazioni. Già dagli anni ’30, quando il vicino tempietto circolare fu interdetto alle funzioni religiose, cominciarono a fiorire leggende intorno a presunti fantasmi. In anni in cui il clima italiano si è rivelato particolarmente ricettivo sul tema del satanismo, Saletta non ha fatto eccezione. Già verso la fine degli anni ’70 la chiesa ed il tempietto erano meta di adolescenti annoiati alla ricerca di emozioni presunte forti, ma negli anni ’80 il fenomeno esplose salendo alla ribalta delle cronache locali.

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Nei sotterranei del tempietto era solita ritrovarsi nottetempo una compagnia di ragazzi e ragazze, in età da motorini e biciclette. Qui, oltre forse a consumare alcol e droghe, si tenevano dei riti non meglio precisati durante i quali – racconta oggi uno degli ex partecipanti, rimanendo nell’anonimato – una bella fanciulla rossa di capelli danzava semi-nuda soggiogando, in qualità di sacerdotessa, gli altri membri della “setta”. La pitonessa, così chiamavano questa bella giovane dalla pelle chiara. Il simbolo del gruppo era una stella a quattro punte, comparsa più volte sui muri lì intorno. Comparvero anche resti di piccoli animali sacrificati. Gli agricoltori del circondario una notte, stanchi del continuo via vai, chiamarono le Forze dell’Ordine.

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I ragazzi scapparono, ma una di loro rimase ferita dal suo stesso motorino. Dopo il coma, la morte. E la denuncia, da parte del padre, nei confronti delle Forze dell’Ordine a suo dire responsabili di quanto accaduto durante la fuga. Questo caso ovviamente fece conoscere Saletta anche a chi ignorava le leggende magiche precedenti a questo fatto di cronaca. E così cominciò un turismo particolare, di quelli non passibili d’essere incasellati univocamente: fotografi, curiosi, ragazzi in cerca di guai, studiosi dell’occulto, storici, acchiappafantasmi.

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Il piccolo nucleo di origini – probabilmente – longobarde si scoprì essere una fonte inesauribile di spunti: il famoso tempietto circolare, costruzione davvero suggestiva, fu infatti costruito dalla famiglia Mossi a perenne monito dopo un duplice suicidio. A togliersi la vita furono una giovane nobile di Torrione e lo stalliere da lei amato: i due, ostacolati nel loro amore come Romeo e Giulietta, non trovarono conforto che nella morte. Nel luogo dove furono rinvenuti i loro corpi, impiccati nella boscaglia, fu edificato questo misterioso tempietto ancora oggi visibile quando, d’inverno, i rovi lo lasciano libero di mostrarsi. La piccola costruzione fu dedicata a San Sebastiano, colui che risorge da morte certa.

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Come se non bastasse quanto già raccontato, ad alimentare le leggende su Saletta ci pensò anche Modena, storico del ‘600, che sostenne di aver ritrovato in loco ossa di giganti – chiara testimonianza che il luogo era già abitato prima del Diluvio Universale. Ovviamente, la paleontologia non poté all’epoca correggere il tiro delle sue conclusioni accuratamente riportate in documenti storici a noi pervenuti. Per concludere, a Saletta e Torrione si parla anche di infinite gallerie sotterranee che collegherebbero i luoghi sacri e  non in una misteriosa e potente rete di energie occulte. E i contadini raccontano di apparizioni notturne, bambine in vesti bianche, ritorni dall’al di là di persone care scomparse da tempo.

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In verità ciò che è parso ai miei occhi più suggestivo è l’intensa sopravvivenza del magico rimasta tra queste case. Sembra che a Saletta e Torrione l’orologio antropologico si sia fermato più indietro che altrove: è una testimonianza interessantissima di un mondo rurale oggi praticamente scomparso, un mondo in cui l’inspiegabile è rimasto tale rifiutando spesso le risposte della scienza. Un mondo in cui le storie si raccontano ancora la sera accanto al fuoco, e i mostri vivono davvero sotto i letti.

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