Presallo e le sue scarpe dimenticate

 

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Presallo, situato in Lombardia a circa 800 mt di altitudine, è per chi ha voglia di dimenticare che esiste la gente. Silenzioso ed abbandonato, si incontra lungo un percorso di collegamento tra la Valtellina e la Valsassina; è un piccolo nucleo di abitazioni ormai quasi totalmente crollate. Si sa poco della storia di questo luogo, se non che nacque con la funzione di lazzaretto dopo la peste del 1630. È preceduto da Inesio, frazione ancora in vita a differenza della sua vicina, dove era assai diffusa la coltura del baco da seta e dove ancora oggi si può individuare l’ex filatoio, attivo fino ai primi del ‘900 ed oggi ristrutturato.

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Per raggiungere Presallo è consigliabile lasciare la macchina sulla strada asfaltata, nei pressi dell’Agriturismo Gulliver sito in Vendrogno. Dalla strada non sarà difficile scorgere un sentiero che s’inerpica verso la montagna, abbastanza ripido inizialmente, decisamente non molto battuto. Dopo nemmeno dieci minuti di salita a piedi vi renderete conto, come me, che l’unico rumore rimasto sarà lo sciabordio allegro dell’acqua che scende tra le case.

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C’è una sola casa che non ha l’aria abbandonata, dove fino a non molto tempo fa’ abitava l’unico essere umano presente tra questi boschi. Purtroppo è stato anche l’ultimo. Quest’unica casa, oltre che essere chiusa, è ancora tenuta mediamente bene e qualcuno si prende cura, ogni tanto, del bel giardino che la circonda.

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Sul retro c’è una bellissima fontana che intercetta l’acqua del fiumetto, comoda per lavare, con la sua bella tazza posata sul bordo pronta a servire qualsiasi viandante assetato. Il resto delle case, molto antiche, è pericolante se non crollato. Inaspettatamente però non si tratta delle solite rovine vuote: qui la vita sembra essere rimasta prigioniera delle pietre, immobilizzata dai rovi che l’hanno stregata. Prima di tutto, i macchinari per produrre e conservare il vino sono ovunque. È evidente che si trattasse di una produzione casalinga ma molto consistente, le vecchie bottiglie si incontrano ad ogni passo.

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Una stanza, in particolare, sembra essersi conservata esattamente come è stata lasciata – ed è miracolosamente ancora in piedi, integra: ci sono borsette da donna, giocattoli, giornali, coperte, un cucinino, persino una piccola collezione di soldatini che sembra esser stata tenuta benissimo dal suo piccolo proprietario. Il camino è ancora nero di cenere. C’è una strabiliante quantità di scarpe nella stanza: da uomo, da donna, da bambino. C’è un orecchino a forma di rosa, delle immagini sacre.

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C’è l’impronta di una donna nell’arredamento della casa; sicuramente di una mamma col suo bimbo – il cui lettino spoglio è ancora lì, grigio e triste. Un vecchio telefono giocattolo lascia pendere annoiato il ricevitore.

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In quel che rimane dell’abitazione di fronte, dentro una sorta di cantina dalle volte molto basse, di nuovo ecco fare capolino dalla polvere del pavimento in terra battuta un’altra ventina di paia di scarpe, per tutti i gusti: mocassini, scarpe da ginnastica, eleganti, ciabatte.

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Chissà quale è la storia di questa famiglia. Perché se ne è andata, e dove. Perché ha lasciato tutto a partire dagli anni ’80, senza portar con sé – nemmeno – le scarpe. Dove sono andati tutti, verrebbe da dire quasi a piedi scalzi, senza i loro effetti personali? Cosa è successo tra queste mura, al bimbo che giocava con i soldatini, alla ragazza che teneva in ordine la sua bella borsetta rossa?

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Le loro testimonianze di vita ora sono della montagna. Che copre tutto con i suoi rami, con le sue foglie, con la sua terra. Che tra poco, senza chiedere permesso, si mangerà anche quanto fino ad oggi è faticosamente sopravvissuto: forse è più clemente di noi, non si ostina a tenere in vita dolorose memorie.

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Presallo is a small abandoned village located at about 800 meters above sea level, in northern Italy not far from Como lake.

It was founded after 1630 when, due to a tragic pestilence, a place was needed to isolate the sick from the healthy ones.

Today even the last one who was still living there is dead, his house is the only one in good conditions while the others are all collapsed or otherwise seriously damaged

The place is beautiful because surrounded by woods, quiet, only reachable on foot. You only hear the lapping of the river water, channeled into a fountain where people used to do the laundry.

Inside the abandoned houses there are still the personal objects of those who lived there. Handbags, toys, newspapers, some toy soldiers held once very well by their small owner.

Above all there are at least thirty pairs of shoes for men, women and children. I often wondered what the mystery of this family is, apparently they went away leaving everything and almost barefoot. This will probably remain a secret guarded by the mountains…

 

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Corte Bocchi: la bellezza che sopravvive al terremoto.

La corte chiusa, nella bassa modenese, è una tipologia di azienda agricola che raggruppa in una struttura unica diversi edifici, rustici e non: casa padronale, stalle, fienili, granai, porcilaie e quant’altro. Oggi parliamo di una corte chiusa molto antica, il cui nucleo originario risale niente meno che al Quattrocento: la Corte Bocchi, sita a Staggia, frazione del Comune di San Prospero. La casa signorile che ne rappresenta il cuore pulsante è stata rimaneggiata verso la metà del ‘700 quando viene affiancata da due torri, come è possibile vedere nella fotografia sottostante che immortala un particolare dell’affresco interno.

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Delle torri solo una è sopravvissuta fino al sisma del 2012, e dopo la furia del terremoto anche la superstite è crollata. La corte, ereditata nel 1936 da Tito Bocchi, era appartenuta in precedenza al sindaco  – duranti gli anni ’20 –  del comune di San Prospero. La Corte Bocchi è stata giustamente segnalata, fino al 2012, sui siti web del comune e della provincia come bellissimo esempio di architettura tipica del territorio modenese. Il Comune aveva provveduto anche all’installazione di un cartello che la facesse notare a chi, magari in bicicletta durante una bella giornata di sole, vi fosse capitato dinanzi domandandosi notizie di cotanta bellezza. Dopo il terremoto, il cartello intitolato alla Corte Bocchi ci accoglie come possiamo vedere qui sotto in fotografia.

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Oltre il cartello, un cancello arrugginito e solo accostato segna l’accesso a quello che doveva essere il giardino della Corte. L’autunno ha medicato in parte, con il suo tappeto di foglie colorate, le ferite della terra. Gli attrezzi agricoli riposano sornioni, come si addice a una domenica di novembre. Peccato che il loro riposo non sia destinato a finire tanto presto.

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Dentro la casa padronale alcune stanze sono completamente collassate. Ma nella sala principale, cui si accedeva prima del sisma dall’enorme portone d’ingresso, si rimane muti a contemplare la bellezza di ciò che miracolosamente rimane in piedi. Le scene dipinte sulle pareti parlano della gioia e serenità della vita nei campi, raccontano la ricchezza rurale della Corte che fu, dove si lavorava e viveva in letizia. I colori sono ancora brillanti, appena sotto la polvere che i calcinacci hanno sollevato. Questa stanza è rimasta immacolata, come se persino il terremoto non avesse avuto il coraggio di portare distruzione alla bellezza.

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Fuori, l’accesso di quel che rimane della torre e delle costruzioni adiacenti è ricoperto ormai da rampicanti spogli. Come capelli adornano le macerie, smussano gli spigoli della pietra viva, sono l’unico gioiello indossato da questi mattoni dimenticati.

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Oggi a Staggia tutto è silenzioso. Qualcuno passeggia nonostante l’umidità e la nebbia, un signore anziano – con lo sguardo pensoso sotto il suo cappello – si ferma davanti alla Corte a contemplarla dal cancello. Ci racconta che gli piange il cuore ogni volta che passa per questa strada. Vede la Chiesa, la Corte Bocchi, Villa Vecchi… tutte bellezze che furono, mutilate dalla forza distruttrice che, ormai sei anni or sono, è salita dalle viscere della terra a cambiare per sempre la vita di chi qui abitava.

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Non ha visto interventi dopo quelli urgenti del momento, il signore col cappello. Forse, rispondiamo noi, in situazioni simili gli sforzi – economici e non – vanno prima di tutto alla popolazione e alle case. Case dove si deve ricominciare a mangiare, bere, dormire. Dove la vita deve andare avanti. “Però” – dice il signore col cappello – “è un peccato.” Come no, lo sappiamo bene che è un peccato. Perchè la bellezza, nonostante il terremoto, è sopravvissuta ed è ancora lì ad aspettare noi. Noi che potremmo essere la sua unica salvezza.

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Today we speak of a very old typical farmhouse, whose original nucleus dates back to no less than the fifteenth century: its name is Corte Bocchi, located in Staggia, in San Prospero  (north of Italy). In these places the 2012 earthquake destroyed many buildings, and today they have not been restored yet. Corte Bocchi was remodeled in the mid-1700s when it was flanked by two towers, both no more visible. The manor house has survived with the wonderful frescoes that you can see in the photographs. Many rooms completely collapsed, but miraculously as you can see the most beautiful and completely painted one still resists. The earthquake spared the life of this beauty, it is up to us to take care of it now.

Abbandono, una filosofia personale.

I luoghi dell’abbandono sono terre di confine, spazi dove la trama della società si dirada, in un continuo e progressivo lacerarsi che lascia affiorare sempre più potentemente la natura. Sono luoghi dove la stoffa dell’urbanizzazione, antica o moderna che sia stata, è ormai lisa dall’incuria che l’uomo le ha riservato. Luoghi fatiscenti. Il termine stesso aiuta ad annusarli; sembra quasi di catturarne anche qui ed ora l’odore pungente di muffa e umidità. Dal latino: fatiscens, participio presente del verbo fatisci; fendersi. Fendersi proprio come l’opera dell’uomo si apre in crepe sotto il peso del tempo che incalza. Il fatiscente è la cifra della rovina – che col participio presente diventa una rovina attuale, in itinere. Come se ciò che è stato si stesse sgretolando anche adesso, sotto i nostri occhi, i nostri passi leggeri di visitatori inattesi. Fatiscenti evoca immediatamente l’immagine di vecchi edifici cadenti, lamiere arrugginite, finestre come occhi spalancati nel buio. A qualcuno tornerà alla memoria una fabbrica dismessa in periferia, ad altri quello scalo ferroviario abbandonato dopo l’elettrificazione, o un manicomio smantellato dopo la promulgazione della legge Basaglia. Ad altri ancora tornerà alla memoria una vecchia casa che esploravano da bambini; quando il senso dell’avventura che si annida in ognuno di noi non si era ancora assopito.

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Sono generalmente luoghi che incutono timore, suscitano disagio in chi, di passaggio, se li ritrova dinanzi. Nella visuale paesaggistica quotidiana, occidentale, urbanizzata e sempre – ora più ora meno – ordinata si apre all’improvviso uno squarcio: il decadente. Qualcuno, specialmente se della mia stessa generazione, a queste mie parole abbinerà sicuramente l’immagine della realtà virtuale del film Matrix. Una realtà che aspira a dipingersi perfetta, preordinata, rassicurante; ma nella quale si intravedono nemmeno troppo celati quelli che potremmo chiamare i buchi del sistema.

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Così sono i luoghi del vento: rivelazioni improvvise di ciò che sta dietro, che sta sotto, che sta oltre. All’occhio che lentamente si disabitua alla luce sfavillante del mondo-che-è-in-funzione, si svela poco a poco ciò che sta, dimenticato, dietro le quinte. Macchine che dormono sonni eterni sotto lamiere contorte, libri che rimangono muti, con la sola polvere come compagna; soglie che si aprono su stanze buie, dove gli oggetti sembrano spesso aspettare che ritorni il padrone, in perenne attesa, come un cane dinanzi alla finestra.

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La decadenza è terreno fertile per l’ambivalenza emotiva: ne siamo attratti e respinti, contemporaneamente, oscilliamo come pendoli tra l’inquietudine e il fascino della scoperta, sentimenti direttamente collegati tra loro da una parola chiave: rischio –  termine che troppo spesso abbiniamo, erroneamente, ai possibili effetti indesiderati di un’azione mentre in realtà è una vox media, non connotata né positivamente né negativamente. Il rischio è l’effetto dell’incertezza dei risultati, è connesso con la nostra (in)capacità di predizione ed intervento dinanzi ad eventi dall’esito non noto. Rischiare ci pone in una situazione psicologica in cui si affiancano timore, impazienza, desiderio. Un connubio molto potente ed adrenalinico. Anche la consapevolezza di una possibile ricompensa è un richiamo piuttosto forte: cosa ci sarà dietro quella porta? Un tesoro? Non si è mai troppo grandi per tornare bambini, paure comprese: e se invece ci fosse un mostro? O un fantasma? Tutte sciocchezze all’acqua di rose se lette sulla carta, già più vivide se vissute dentro a realtà virtuali, decisamente vive quando ci si muove nel mondo.

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La sete di avventura non è un lusso ma una necessità dello spirito umano, come ci ricorda Alex Bellini, valtellinese, reduce da poco dall’esplorazione del ghiacciaio islandese Vatnajokull. Che le avventure siano grandi o piccole, è lui il primo a ricordarcelo, non ha poi così importanza – ciò che conta è appagare un bisogno proprio dell’uomo, riconnettersi con il momento presente, cercare la vita, ricordandosi che ha sempre un prezzo. Non c’è una differenza così abissale tra l’aprire gli occhi su un nuovo mondo e l’aprire una porta chiusa da mezzo secolo. Entrambi i luoghi possono essere ostili, possono nascondere insidie, pericoli, forme di vita non felici della nostra presenza. Entrambi i luoghi ci pongono davanti all’interrogativo: cosa ci sarà al di là…? E alla risposta: voglio scoprirlo io, voglio essere io a svelare il segreto, a sollevare il velo di Maya sulla verità. Ecco che l’esploratore urbano cerca di diventare la versione 2.0 dell’archeologo, ma senza gloria alcuna e soprattutto senza pretese e competenze.

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Questo solitario esploratore in nero è un personaggio schivo, che si muove dentro a spazi dimenticati imitandone l’ombra ed il silenzio. La sua fedele compagna d’avventura è una macchina fotografica, qualche volta un cane se l’ambiente lo permette senza pericolo. Meno spesso, un altro essere umano perversamente attratto dalla stessa insana passione. L’esplorazione urbana è un’attività dai contorni indefiniti: bisogna essere un po’ scalatori e un po’ acrobati, discreti fotografi e possibilmente appassionati di storia. Sicuramente, bisogna essere rispettosi.

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Perché l’ambiente urbanizzato? Perché ancora più della natura selvaggia ci ricorda che l’uomo è solo un ospite, ma che purtroppo non vive come tale. Edifica, accumula, non recupera ed abbandona. La natura lentamente si riprende questi rifiuti urbani, questi spazi che le sono stati rubati, ingoiando interi edifici nella gola profonda dei suoi rovi. Talvolta gli edifici abbandonati sono stati in passato di un certo interesse storico, e conservano testimonianze del loro antico splendore. Ci si può imbattere in manufatti artistici che fanno esclamare all’Indiana Jones che c’è in noi: dovrebbe stare in un museo! E così l’esploratore in nero rivela la propria sensibilità, il lato etico di un’attività che non è solo un hobby fine a se stesso ma aspira a risvegliare le coscienze. Quelle delle associazioni culturali, delle amministrazioni comunali, degli organismi di governo e del privato cittadino. È la preghiera muta delle dimore del vento: cara Italia, siamo qui, vecchie pietre che ancora portano i segni degli ormai passati fasti; abbiamo ancora molto da dare, da raccontare, da tramandare.

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Quanti di questi luoghi, se fossero restaurati con sapienza e criterio, potrebbero essere visitati con interesse da ospiti paganti? Quanti potrebbero invece essere ristrutturati, ripristinati con altra destinazione d’uso, combattendo così a latere la barbara cementificazione che ci assale? Non si tratta di fantasie poi così irrealistiche, se consideriamo che uno dei progetti più amati del FAI,I luoghi del cuore, non nasce poi così lontano. E’ dal 2003 che il FAI, in collaborazione con Intesa San Paolo, lascia la possibilità ai cittadini di segnalare luoghi nascosti da recuperare. Si tratta di piccoli o grandi tesori, sparsi in questa nostra Italia che quasi non sa più che farsene di tutta la bellezza che la ricopre – e che, sicuramente, fa molta fatica ad amministrare. I due enti a fronte delle molte segnalazioni ricevute in questi anni si sono presi cura dei luoghi più votati sul web, portandoli a nuova vita e talvolta all’apertura al pubblico.

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Chiaramente non tutti i luoghi abbandonati offrono potenzialità tali da poter essere considerati di interesse di associazioni così importanti, ma fortunatamente l’architettura di recupero pensa spesso a come riciclare con altre destinazioni d’uso questi luoghi che hanno tanto da dire. È il caso, per fare qualche esempio a livello locale, della miniera Sant’Aloisio in Valtrompia trasformata in un bel parco avventura; stesso destino toccato alle vecchie miniere dei Piani Resinelli (vicino a Lecco) che ora possono essere visitate con gioia da tanti bambini. Sfortunatamente questi interventi richiedono quasi sempre l’interesse e i fondi dei privati; va da sé che non sempre si riesca a preservare la fruibilità del luogo in questione da parte di un pubblico vasto. È il caso di Villa Feltrinelli a Gargnano, storica e meravigliosa dimora neogotica dove soggiornò Mussolini dopo l’8 ottobre 1943: anni ed anni di declino, alla mercé di chiunque volesse entrarvi per vandalizzare, sottrarre oggetti, distruggere arredi. Poi, nel 1997, la rinascita grazie al noto hotelier Bob Burns: oggi servono minimo 500 euro per provare l’ebbrezza di soggiornare in quello che è diventato il più prestigioso hotel della zona, sempre – sia ben chiaro – che si sia disposti ad accontentarsi della camera più economica. Accade così che pochi privilegiati possano ammirare quanto resta dell’antica limonaia dove passeggiava il Duce, o immergersi nell’atmosfera della nobiltà ricreata dallo studio di San Francisco cui fu affidato il sapiente restauro. Polemiche da avanzare? Sì, tante, ma tutte si arrestano dinanzi alla fatidica domanda: meglio privata e godibile da pochi, o completamente in rovina e aperta a tutti?

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Davanti a questo dilemma non resta, come farebbe il buon Battiato, che alzare bandiera bianca. Il problema non è che questi luoghi siano sconosciuti, dimenticati, non censiti; il problema davvero enorme si racchiude in una sola parola: soldi. Soldi che il Governo non ritiene di dover destinare all’ambito della tutela del patrimonio, soldi che conviene far girare con nuovi cantieri e nuovi appalti – cementificare purtroppo è un affare, pulito e non; ma sempre affare rimane. È così che assistiamo allo spettacolo desolante di cantieri avviati e mai finiti, o infrastrutture nuove di zecca mai inaugurate ed ormai già in rovina. Ecomostri che, peggio ancora dei loro quasi sempre più nobili predecessori, di vita e di storia non ne hanno mai avuta nemmeno una. È il paesaggio urbano del non-finito, uno scenario di costruzioni mai portate a termine che, soprattutto nelle zone d’Italia più soggette all’abusivismo, coinvolge anche le abitazioni private.

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Il nostro uomo in nero esplora anche questi paesaggi sublunari, ma li ama meno delle costruzioni con una storia. Qui ci va per spirito di denuncia, per indignazione; là, ci va alla ricerca di bellezza.

 

Terre di magia – Saletta e Torrione

Siamo in Piemonte, a pochi chilometri da Vercelli. Terre di nebbie mattutine e di risaie sconfinate. Così sono Saletta e Torrione, piccole frazioni della non molto più grande Costanzana: campi, cascine, un castello oggi ristrutturato e privato, una strana chiesa, una cappella, un tempietto circolare. Gli abitanti? Scomparsi quasi tutti o più precisamente – qualora ci si affidasse a quanto riportato dai giornali locali – scappati terrorizzati dalle presenze sovrannaturali del luogo. Molti sono gli articoli – sul web e non – che amano classificare Saletta molto in alto nella lista dei luoghi infestati d’Italia. Noi non amiamo la suggestione e le dicerie, pertanto ci atterremo ai fatti che, peraltro, appaiono già in questo caso sufficientemente interessanti senza esser coloriti ulteriormente.

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La chiesa di Saletta è particolare. Lo vede chiunque, sostandovi davanti ed alzando gli occhi sul suo frontone: la decorazione è completamente composta da teschi di bovini che, con le loro lunghe corna, sembrano fare la guardia alla particolare sacralità di questo luogo. L’entrata è completamente murata e l’adiacente piccolo cimitero appare ormai quasi del tutto irriconoscibile. Le poche tombe che erano presenti sono state negli anni completamente distrutte e saccheggiate. Perchè?

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Perchè tra gli anni ’80 e ’90 purtroppo Saletta ha attratto eterogenee frequentazioni. Già dagli anni ’30, quando il vicino tempietto circolare fu interdetto alle funzioni religiose, cominciarono a fiorire leggende intorno a presunti fantasmi. In anni in cui il clima italiano si è rivelato particolarmente ricettivo sul tema del satanismo, Saletta non ha fatto eccezione. Già verso la fine degli anni ’70 la chiesa ed il tempietto erano meta di adolescenti annoiati alla ricerca di emozioni presunte forti, ma negli anni ’80 il fenomeno esplose salendo alla ribalta delle cronache locali.

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Nei sotterranei del tempietto era solita ritrovarsi nottetempo una compagnia di ragazzi e ragazze, in età da motorini e biciclette. Qui, oltre forse a consumare alcol e droghe, si tenevano dei riti non meglio precisati durante i quali – racconta oggi uno degli ex partecipanti, rimanendo nell’anonimato – una bella fanciulla rossa di capelli danzava semi-nuda soggiogando, in qualità di sacerdotessa, gli altri membri della “setta”. La pitonessa, così chiamavano questa bella giovane dalla pelle chiara. Il simbolo del gruppo era una stella a quattro punte, comparsa più volte sui muri lì intorno. Comparvero anche resti di piccoli animali sacrificati. Gli agricoltori del circondario una notte, stanchi del continuo via vai, chiamarono le Forze dell’Ordine.

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I ragazzi scapparono, ma una di loro rimase ferita dal suo stesso motorino. Dopo il coma, la morte. E la denuncia, da parte del padre, nei confronti delle Forze dell’Ordine a suo dire responsabili di quanto accaduto durante la fuga. Questo caso ovviamente fece conoscere Saletta anche a chi ignorava le leggende magiche precedenti a questo fatto di cronaca. E così cominciò un turismo particolare, di quelli non passibili d’essere incasellati univocamente: fotografi, curiosi, ragazzi in cerca di guai, studiosi dell’occulto, storici, acchiappafantasmi.

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Il piccolo nucleo di origini – probabilmente – longobarde si scoprì essere una fonte inesauribile di spunti: il famoso tempietto circolare, costruzione davvero suggestiva, fu infatti costruito dalla famiglia Mossi a perenne monito dopo un duplice suicidio. A togliersi la vita furono una giovane nobile di Torrione e lo stalliere da lei amato: i due, ostacolati nel loro amore come Romeo e Giulietta, non trovarono conforto che nella morte. Nel luogo dove furono rinvenuti i loro corpi, impiccati nella boscaglia, fu edificato questo misterioso tempietto ancora oggi visibile quando, d’inverno, i rovi lo lasciano libero di mostrarsi. La piccola costruzione fu dedicata a San Sebastiano, colui che risorge da morte certa.

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Come se non bastasse quanto già raccontato, ad alimentare le leggende su Saletta ci pensò anche Modena, storico del ‘600, che sostenne di aver ritrovato in loco ossa di giganti – chiara testimonianza che il luogo era già abitato prima del Diluvio Universale. Ovviamente, la paleontologia non poté all’epoca correggere il tiro delle sue conclusioni accuratamente riportate in documenti storici a noi pervenuti. Per concludere, a Saletta e Torrione si parla anche di infinite gallerie sotterranee che collegherebbero i luoghi sacri e  non in una misteriosa e potente rete di energie occulte. E i contadini raccontano di apparizioni notturne, bambine in vesti bianche, ritorni dall’al di là di persone care scomparse da tempo.

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In verità ciò che è parso ai miei occhi più suggestivo è l’intensa sopravvivenza del magico rimasta tra queste case. Sembra che a Saletta e Torrione l’orologio antropologico si sia fermato più indietro che altrove: è una testimonianza interessantissima di un mondo rurale oggi praticamente scomparso, un mondo in cui l’inspiegabile è rimasto tale rifiutando spesso le risposte della scienza. Un mondo in cui le storie si raccontano ancora la sera accanto al fuoco, e i mostri vivono davvero sotto i letti.

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Villa del Serraglio, apogeo e declino di una storia italiana.

Oggi raccontiamo una storia che causa prurito a molti. Quel genere di prurito che si avverte quando si sa che si sarebbe dovuto fare qualcosa, ma puntualmente non lo si è fatto. Parliamo di Italia, di storia, di patrimonio artistico. Parliamo di soldi, soldi che non ci sono mai, soldi che vanno a finire sempre altrove. Parliamo di amministrazioni comunali, che tentano di fare del loro meglio per il territorio – sebbene con i pochi mezzi che lo Stato consente loro di gestire – ma che si ritrovano spesso con le mani legate.

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Siamo a Toscolano Maderno, perla del Lago di Garda. Siamo vicini al Vittoriale di Gardone, con le sue orde di turisti che non mancano mai nemmeno nelle giornate invernali più fredde. Specialmente negli ultimi anni il turismo – da sempre presente – è letteralmente esploso. Insomma, il posto giusto per un’attrazione artistica da visitare e valorizzare. E invece, guardando Toscolano dalla sua bella distesa d’acqua – magari stando oziosi ad ondeggiare su una barca – notiamo proprio sopra il bellissimo lungolago una villa che non versa apparentemente in buono stato, ma che ancora si erge splendida a dominare il paesello.

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Se incuriositi tenteremo di avvicinarci, capiremo che la villa si trova dentro al Parco pubblico del Serraglio. Basta entrare nel parco e seguire il sentiero che si arrampica sulla collina per giungere al viale di accesso di questa antica dimora: le statue sono ancora lì ad accogliere il visitatore che abbia il tempo e la voglia di ammirarle. Che luogo misterioso è mai questo, ormai diventato ritrovo – ahimè – di compagnie di ragazzini che si dilettano nell’abbandonare rifiuti e rompere tutto ciò che è a loro portata di mano?

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Per scoprirlo dobbiamo riportare indietro l’orologio di qualche secolo. Precisamente, torniamo all’anno del Signore 1656: Papa Alessandro VII sopprime il Convento dei Frati Serviti, proprietario in Toscolano di una vasta zona corrispondente all’attuale parco – all’interno del quale sorgeva una piccola casetta. La proprietà viene venduta all’asta perché mancano, diciamolo chiaro, i soldi per finanziare la guerra di Candia iniziata dai Turchi. Ad acquistare il Serraglio sono i Gonzaga, famiglia sulla cui importanza pare superfluo spendere troppe parole in questa sede. I Gonzaga, già proprietari in centro Toscolano di un Palazzo ben più fastoso, mettono quest’ultimo in comunicazione con la neonata Villa del Serraglio mediante un passaggio segreto sotterraneo. Il Serraglio diviene una dimora elegante, circondata da un parco con piante e fiori rari e meravigliosi giochi d’acqua.

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È molto interessante leggere, nelle cronache che gentilmente riporta l’Avvocato Donato Fossati – reperibili sul sito degli Archivi del Garda – quali siano le attività a dir poco ludiche cui il Serraglio era destinato: sostanzialmente, la villa serviva per mantenervi le amanti di Carlo II Gonzaga. Egli era solito scegliere le proprie cortigiane tra le donne più corpulente ed adipose, con le quali intratteneva in loco vere e proprie orge – che portarono, infine, ad una formale separazione tra i coniugi. La colpa di tale separazione non sembrerebbe stare tutta dalla parte di Carlo, se si vuol pettegolare: pare che la moglie, stanca di codesti comportamenti, contemporaneamente alle scappatelle del marito si intrattenesse volentieri nel passaggio segreto con diversi amanti. Proprio per questo la villa del Serraglio prese il nome di serraglio delle donne e il tunnel segreto venne soprannominato serraglio degli uomini. 

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Saltando qualche passaggio di proprietà importante (vi figurano anche i Monselice) si arriva a parlare dell’austriaco Lignet, il quale una volta in possesso del Serraglio procede alla costruzione di un albergo a ridosso della collina. Un aborto edilizio, come tale è raccontato dalle fonti che abbiamo a disposizione: proprio per rimediare a tale sfacelo il Comm. Bianchi, residente all’epoca in quello che è diventato poi l’Hotel Golfo, acquista l’intera proprietà e fa demolire l’ignobile albergo. Procede poi ad un attento restauro condotto tra il 1906 e il 1911: la Villa torna ad essere testimonianza degli antichi splendori, nel parco vengono persino ripristinate tutte le opere idrauliche dei Gonzaga. Purtroppo questo stato di cose non dura a lungo, e personalità di tal genere – e verrebbe da dire con tali risorse – non sono eterne.

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È così che nel 1985 il Comune entra in possesso del Serraglio. Non di tutta la proprietà, solo di una parte – quella in cui si trova la Villa: l’altra è in mano a un’impresa edilizia che comincia a realizzare l’ambizioso progetto di un complesso residenziale a ridosso della collina. Possiamo immaginare quali sarebbero state le considerazioni del Bianchi, che aveva trovato deturpante persino il ben più piccolo progetto del Lignet. Nonostante una frana non da poco si stacchi dal fianco della collina salvando per miracolo la Villa del Serraglio, i lavori procedono ed il complesso residenziale viene ahimè portato a compimento.

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Quale la situazione oggi? Il Comune si trova alle prese con una villa molto rimaneggiata e che negli anni di incuria e modifiche ha perso gran parte del suo gran fascino. L’inciviltà ha fatto il resto: il parco è sporco, versa in stato di abbandono. Il Comune provvede a tenere chiusa la villa, ma periodicamente essa viene riaperta da ladri e vandali: due anni or sono vi si trovava la porta semplicemente spalancata, ora che si è provveduto a chiuderla efficacemente qualcuno ha avuto il buontempo di spaccare tutti i vetri delle finestre a sassate. All’interno è stato portato via tutto ciò che era trasportabile, talvolta – se ne deduce – con non poca fantasia. Sono stati prelevati persino il camino in marmo, i bassorilievi, parte delle vetrate a piombo, gli stucchi, le statue. La villa giace muta nel suo grido, vittima di tutte queste turpi aggressioni.

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Ai cittadini – almeno a quelli educati e civili – piacerebbe che si potesse fare qualcosa in merito. Diverse volte le amministrazioni comunali hanno appoggiato iniziative volte a migliorare la situazione, non ultimi i campi di Legambiente per ripulire il parco. La verità è che non ci sono stati i soldi per far di meglio, e forse ora – nello stato attuale delle cose – non ne vale più la pena. Un gran peccato, c’è chi avrebbe fatto la fila e pagato un profumato biglietto per ammirare la bellezza del Serraglio.

Ex base N.A.T.O. al Dosso dei Galli

Una storia affascinante e di vecchia data quella della zona montana del Dosso dei Galli, vicino ai passi Maniva e Crocedomini. Dobbiamo tornare agli inizi del ‘900, quando la geografia del nostro Paese non era quella attuale, per comprendere come sia nata l’importanza militare di questa zona: al tempo Collio, paese che s’incontra risalendo la Val Trompia, era terra di confine con l’Austria.

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Non correndo affatto buon sangue tra Austria ed Italia nel primo decennio del secolo scorso, si rese necessaria la costruzione di  alcune strade militari in zona che garantissero accesso e percorribilità ai mezzi in caso di uno scontro. Così nacquero l’attuale strada provinciale delle tre valli e la strada che collega i due passi, la Maniva – Crocedomini, che fu costruita dall’esercito italiano – più precisamente dalle truppe alpine e da quelle del Genio –  nel 1911.

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Venendo meno gli scopi originari di queste vie di comunicazioni, si dovette assistere per alcuni anni alla loro incuria e al loro abbandono – fino a che, nel secondo dopoguerra, qualcun altro scorse l’importanza strategica della zona: la N.A.T.O. In particolare parve loro interessante la zona chiamata localmente Dos de Gai – Dosso dei Galli, nome derivante dalla consistente presenza di nidi di galli cedroni. La N.A.T.O. si occupò di ricostruire completamente il tratto della strada che collega San Colombano al Dosso dei Galli, in vista del passaggio di mezzi pesanti.

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Nel clima della Guerra Fredda sorse sul Dosso dei Galli una stazione troposcatter, dotata di imponenti parabole a mosaico alte circa 30 metri ed in grado di trasmettere e ricevere informazioni e tracciati radar in tempo reale. Le gigantesche parabole sembrano oggi le vestigia di una civiltà extraterrestre, dominano un paesaggio deserto e lunare e sono strumenti musicali del vento, che nel silenzio assoluto spazza incessantemente la cima intessendo melodie con le strutture in acciaio.

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La base N.A.T.O. rimase in funzione dal 1969 al 1995: faceva parte di una cintura elettromagnetica di 49 stazioni poste a 300 km di distanza l’una dall’altra e strutturate per sopportare il traffico radio del sistema ACE High System. La rete garantiva ai vertici N.A.T.O. la possibilità di comunicazioni criptate e di dati in tempo reale con l’utilizzo del segnale Troposcatter, inviato nella troposfera e raccolto dalle diverse stazioni – sistema molto affidabile anche in condizioni di meteo avverse. La rete aveva il suo punto di partenza nella stazione di Senia in Norvegia, da dove partiva il collegamento North Atlantic Radio System con le isole Faroe – da lì il collegamento passava dalla Groenlandia con la rete Distant Early Warning Line, poi dall’Alaska ed infine dal Canada. In Canada subentrava fino agli Stati Uniti i sistema White Alice Communications System.

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Misteriosamente la N.A.T.O., una volta abbandonata l’attività della base nel 1995, lasciò in loco tutte le apparecchiature militari ed i relativi documenti. Chiaramente il materiale fu asportato nel giro di breve tempo, da visitatori più o meno occasionali. Oggi la zona non è nemmeno più cintata, sebbene il transito dei mezzi sia impedito da un cancello chiuso con ben cinque lucchetti di diversa foggia.

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Raggiungere la base a piedi non presenta alcuna difficoltà, posto che la passeggiata la si faccia nella stagione estiva, dato che l’altitudine di quasi 2200 mt non garantisce ottimali condizioni meteo tutto l’anno. Oggigiorno tutta la zona è stata acquistata all’asta da una società bresciana che ne vorrebbe il recupero, in vista – forse – della nascita di un centro di sfruttamento dell’energia eolica. Il luogo si presta particolarmente a questo scopo per la sua posizione.

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Per il momento tutto è immobile, in attesa, ed ancora per non sappiamo quanto potremo fare un vero e proprio salto nel tempo – sedendoci sotto le enormi parabole, in un silenzio interrotto solo dai fischi delle marmotte, ad immaginare anni che forse non abbiamo vissuto.

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Il “Castello di Mussolini” con gli occhi di Zvi

Nell’ultimo articolo vi ho raccontato per sommi capi la storia della ex colonia fascista di Selvino. Voglio ora soffermarmi sull’umanità di un incontro che mi ha toccato il cuore, per quanto breve e inaspettato. Ci trovavamo in loco per documentare lo stato attuale di quello che potrebbe – o dovrebbe, a seconda del proprio pensiero – essere un luogo della memoria, quando all’improvviso abbiamo sentito delle voci che provenivano proprio dall’esterno della struttura.

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Avendo momentaneamente sospeso la nostra attività ci siamo spostati all’esterno del cancello, dove abbiamo incontrato un gruppetto di persone tra le quali spiccava la figura alta e magra di un uomo anziano: era Zvi Dotan, classe 1936, giunto a Selvino quando aveva dieci anni e rimastovi fino al 1948.

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Zvi ha voluto tornare quest’anno a Sciesopoli per rendere omaggio al luogo che, dopo la persecuzione e le sofferenze vissute in una Polonia antisemita, gli ha offerto la possibilità di imparare nuovamente a vivere. Non voglio raccontare io la storia toccante di quest’uomo, lascio la parola a chi a Selvino lo ha accolto – insieme alla sua famiglia – per offrirgli un caloroso benvenuto: vi invito a leggere l’articolo a questo link – https://www.sciesopoli.com/news/zvi-dotan-pelz-02-06-2018/ – e ad ascoltare l’intervista.

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Quel che posso aggiungere di mio a quanto già è stato detto è la mia personale emozione nel trovarmi dinanzi un protagonista, suo malgrado, della Storia. In un momento in cui, peraltro, assistiamo purtroppo ad un certo sgraditissimo tipo di revisionismo storico ho trovato provvidenziale ed illuminante questo incontro fortuito. Mi piacerebbe poter descrivere quegli occhi commossi che ancora una volta posavano lo sguardo sul “Castello di Mussolini”, come Zvi era solito chiamare Sciesopoli; mi piacerebbe potervi trasmettere il calore umano di quel volto segnato dall’età e dalle intemperie della vita.

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Zvi ha voluto portare qui tutta la sua famiglia per mostrar loro le origini, le radici. Selvino per molti è stato anche questo: luogo ove radicarsi sebbene in modo provvisorio, ove riprendere fiato ed equilibrio, per un attimo, dopo sconvolgimenti e persecuzioni e traumatiche esperienze. Selvino è stata una patria temporanea, un esercizio d’allenamento, potremmo forse dire, che ha preceduto l’inserimento nel contesto del neonato Stato d’Israele. Sciesopoli come un altro muro del pianto, a cui tentare di appendere ricordi mai sepolti del tutto o superati; Sciesopoli come una casa-madre, ventre protettivo e ristoratore.

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Non posso che augurarmi con tutto il cuore che questo piccolo grande capitolo della Storia non venga dimenticato. Per far sì che non lo sia raccontate, uomini; raccontate. Nella parola è il passato e l’unica speranza che rimanga tale.

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Sciesopoli e i “bambini di Selvino”

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Ho introdotto ieri l’altro una storia per me particolarmente importante e cara, che vorrei raccontarvi con calma. Per questo vi chiedo di non leggere questo post di fretta: sedetevi, ritagliatevi un momento di tranquillità.

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Siamo a Selvino, in Val Seriana- provincia di Bergamo: un paese che attualmente conta circa duemila anime. Giriamo le lancette dell’orologio del tempo, torniamo agli anni ’30. C’è un progetto curato dall’architetto Vietti Violi in collaborazione con l’ungherese Benko: si deve costruire, proprio a Selvino, la colonia fascista più bella d’Italia. Deve fungere da palazzo dello sport e centro di educazione per atleti, nella pratica poi ospiterà per le vacanze i figli dell’alta borghesia fascista del milanese.

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Sciesopoli, così la chiamano in onore di Amatore Sciesa – eroe risorgimentale caro alla propaganda fascista. Sciesopoli è bella ed è all’avanguardia: 17.000 metri quadrati di parco, una piscina riscaldata che al tempo pareva un sogno, cinema, dormitori comodi e caldi. Viene inaugurata l’11 giugno 1933, durante gli anni della seconda guerra mondiale è affidata alla gestione delle Suore Zelatrici del Sacro Cuore di Milano che vi accolgono i bambini gracili. Ma cosa accade alla fine del conflitto?

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Accade che la Brigata Ebraica, dopo aver setacciato l’est Europa recuperando orfani ebrei scampati ai campi di sterminio, necessiti di un luogo dove sistemarli provvisoriamente in attesa di preparare per loro qualcosa di inimmaginabile: un futuro. Personaggio chiave di questa vicenda è Moshe Ze’iri, un “ebreo che combatte” – e non solo con le armi.

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Moshe nasce nella Galizia orientale ed emigra successivamente in Palestina per inseguire il sogno di una patria ebraica, ma col conflitto mondiale si arruola volontario nel Genio militare britannico: il soldato Moshe risale tutta l’Italia, dalla Puglia al nord, combattendo i tedeschi. Nella vita civile è un educatore e teatrante, un uomo colto e forte, il cui spirito insegue la visione di un “ebreo nuovo” – vigoroso, forte, combattente. Sarà proprio a Moshe che la comunità ebraica di Milano, agli albori della riorganizzazione post conflitto, affiderà la carica di Direttore della colonia alpina di Selvino, trasformata su due piedi in rifugio per accogliere i circa 800 orfani ebrei.

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È così che proprio il fiore all’occhiello della propaganda fascista si trasforma tout court in un luogo di accoglienza e rinascita per coloro che proprio il fascismo aveva schiacciato. Qui gli orfani arrivati direttamente dall’Inferno vengono scaldati, rifocillati, curati, istruiti e riportati alla vita. Il meraviglioso libro di Sergio Luzzati intitolato I bambini di Moshe ci racconta una storia amara e splendida contemporaneamente. Sì perché i bambini di Selvino, chiamati così dai compaesani, arrivano in questo luogo di pace con un carico di traumi indescrivibile e Moshe, nonostante gli sforzi immani, si ritroverà consapevole che dal passato in fondo non si può mai guarire.

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Nonostante questa amara conclusione, gli anni dei bambini di Selvino hanno il sapore di anni felici: c’è da mangiare, la mattina si studia e il pomeriggio i maschi giocano a calcio con i compaesani italiani. Gli ebrei parlano tedesco, polacco, arabo – e come dichiara Walter Mazzoleni, che all’epoca ha sei anni ed è il figlio del custode Angelo, in bergamasco ci si intende.  Le ragazze ebree prendono il sole accanto alla piscina, ed anche questo i ragazzini se lo ricordano bene. Insomma, si vive. Spesso anzi in un dopoguerra difficile alla colonia si trova più da mangiare che fuori – ed il cibo viene condiviso con la gente del paese. Arrivano ai bambini di Selvino le donazioni degli ebrei di tutta Europa.

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Il modello educativo proposto da Moshe si propone di insegnare ai bambini mestieri utili, mescolando lo studio al gioco. Soprattutto, agli orfani di Selvino si deve insegnare di nuovo a vivere, ad avere un’identità. I bambini imparano la lingua ebraica, cantano le loro canzoni, celebrano le funzioni. Si preparano ad emigrare nella Terra Promessa, prima illegalmente sulle cosiddette “navi della speranza” – in un momento storico in cui lo Stato di Israele non è ancora riconosciuto dalla risoluzione ONU – ed infine nel 1948, con il riconoscimento ufficiale, si concludono i rimpatri e Sciesopoli rimane silente e vuota. Dopo essere stata usata ancora per bambini poco fortunati, finisce all’asta negli anni ’90 ormai in rovina: viene acquisita da una società immobiliare che vuole trasformarla in albergo, ma a tutt’oggi Sciesopoli è lì – invasa da rovi, rifiuti, rottami. Dimenticata, rifiutata, calpestata.

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Prossimamente oltre che pubblicare nuove fotografie racconterò del bellissimo incontro vissuto con uno dei “bambini di Selvino”, poi intervistato da chi di Sciespoli cerca di occuparsi da sempre per preservare la Memoria. Vi invito fin da ora sul loro sito, http://www.sciesopoli.com , per documentarvi esaurientemente su una storia troppo spesso dimenticata.

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Italcementi, la cattedrale grigia di Alzano Lombardo

Archi, colonne, volte. Buio. Tutto è ricoperto dalla fine polvere grigia del cemento. La roggia Morleo scorre proprio qui accanto, indispensabile negli anni per l’approvvigionamento idrico del cementificio. Silenzio, un silenzio sacrale. Da tempo ormai non risuonano più i passi frettolosi ed operosi dei 400 lavoratori che qui si muovevano tra il calore e la polvere.

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Questa cattedrale che ha i camini al posto delle guglie incute timore e riverenza. L’opera dell’uomo si mostra imponente, materica, concreta. E nello stesso tempo le vertiginose altezze ne smussano la staticità, donano eleganza e slancio verso l’alto proprio come in una Notre Dame dimenticata.

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La Italcementi di Alzano Lombardo non è un impianto dismesso come tanti: è un’opera d’arte, un monumento a cielo aperto. Nata negli anni ’70 dell’ottocento, l’attività del cementificio “Fratelli Pesenti fu Antonio” viene condotta dalle sapienti mani dell’ingegner Carlo Pesenti e inizialmente si fonda sulla produzione di cementino a lenta presa.

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Negli anni successivi vi si aggiunge la produzione di quello a presa rapida e dal 1884, grazie alla costruzione della ferrovia nella valle, il mercato aumenta considerevolmente. Si cominciano ad aggiungere all’originaria struttura altri edifici adibiti a magazzini, dove vengono stoccati i sacchi di materiale; alla gamma di prodotti si aggiungono il Portland e il cemento bianco che verrà chiamato proprio Bianco Alzano.

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Sul finire del XIX secolo si costruisce un meraviglioso stabile in stile moresco, oggi ripristinato dopo un attento restauro che ha permesso di ricavarne uffici, negozi e loft.

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L’edificio moresco dopo la ristrutturazione

 Negli anni successivi nuove strutture vengono costruite ed affiancate o sovrapposte alle precedenti, la risultante è un complesso di geometrie affascinante ed unico. La pregevole architettura del cementificio ha portato ad una segnalazione all’Unesco, nonché all’iscrizione nella lista dei fabbricati più importanti dell’Archeologia Industriale italiana.

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L’edificio moresco prima della ristrutturazione

Nel 2001 la società Fabrica S.R.L. ha investito nella ristrutturazione di uno dei due principali corpi del cementificio, oggi vi troviamo persino uno spazio polifunzionale adibito spesso a Galleria e Museo ove trovano spazio diverse mostre temporanee.

Purtroppo l’altra ala è caduta completamente nell’oblio. Dopo la dismissione degli impianti, cominciata nel 1966 con lo spegnimento dei dodici forni e terminata nel 1971 con la chiusura definitiva, sono stati asportati tutti i macchinari – venduti a peso come mero rottame – che un tempo l’avevano resa un colosso mondiale. Per qualche anno il cementificio è stato visitabile, per piccoli gruppi, attraverso visite guidate con annessa spiegazione del percorso produttivo del cemento.

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Oggi tutto tace, e gran parte delle strutture comincia ad essere ingoiata dai rovi. All’interno, un pannello illustrativo del politecnico ci mostra come potrebbe diventare questa immensa struttura se fosse oggetto di restauro – si tratta di uno studio effettuato anni or sono.

IMG_6976_risultato.pngSembrerebbe peraltro che, proprio nel gennaio di quest’anno, sia stato annunciato un prossimo piano di recupero da ben 40 milioni di euro: ci si propone di recuperare quest’ala della struttura trasformandola in un polo della formazione terziaria, con laboratori, uffici, sale riunioni, auditorium e spazi di studio.

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Se tutto ciò trovasse realizzazione, l’area dell’ex cementificio potrebbe diventare un punto di riferimento non solo per Bergamo ma anche per Brescia e Lecco – e, mi sento di aggiungere, sarebbe un esempio di come veramente sia possibile un recupero storicamente corretto e contemporaneamente funzionale alla società delle nostre aree dismesse.

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*** english version below

Arches, columns, vaults. Darkness. Everything is covered by the fine gray powder of the cement. The Morleo canal flows right near the plant, indispensable during the years for water supply. Silence everywhere, the industrious steps of the 400 workers don’t ring out anymore. Men’s work here is impressive, material, concrete. And at the same time the vertiginous heights smooth the static, give elegance and vertical momentum just like in a forgotten Notre Dame. Italcementi, located in Alzano Lombardo (north of Italy), is not a usual disused plant: it is an open-air monument. Born in the seventies of the nineteenth century the activity called “Fratelli Pesenti fu Antonio”, a cement factory, was carried out by the expert hands of the engineer Carlo Pesenti and was initially based on the slow setting cement. In the following years they added to the production the quick-setting one and from 1884, thanks to the construction of the railway in the valley, the market increased considerably. They began to add to the original structure other buildings used as warehouses, where the bags of ready material were stored; the range of products was completed with the Portland cement and the white one that will be called Bianco Alzano. At the end of the nineteenth century, a wonderful Moorish-style building was added to the plant, now it has been restored to obtain offices, shops and lofts. Year after year new structures were built, the result is a fascinating and unique complex of geometries. The valuable architecture of the cement plant has led UNESCO to protect it as an important monument of the Italian industrial archeology. In 2001 the company Fabrica S.R.L. invested in the restructuring of one of the two main buildings of the cement factory, today we can find even a multi-functional space often used as Gallery and Museum where several temporary exhibitions take place. Unfortunately, the other building was completely forgotten. After the decommissioning of the plants, begun in 1966 with the switching off of the twelve kilns and finished in 1971 with the definitive closure, all the machines – sold as mere scrap – which had once made it a global colossal were removed. For a few years, the cement factory was visited, for small groups, through guided tours with an explanation of the cement production. Today everything is silent, and most of the structures begin to be swallowed by brambles. Inside, an illustrative panel of the university shows us how this huge structure could become if it was the object of restoration – it is a study carried out years ago. It seems, however, that this year a new recovery plan of 40 million euros will start: the building could be transformed it into a cultural center with laboratories, offices, meeting rooms, auditoriums and classrooms. It would be a good example of how a historically correct recovery of our abandoned areas is really possible, being a the same time useful for society. 

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La Miniera Torgola, un dinosauro di cemento e lamiera.

La miniera Torgola occupa all’improvviso la visuale dell’automobilista sulla SP 345, lo obbliga a rallentare, molte volte a fermarsi del tutto a bordo strada. Dopo un tornante, salendo poco oltre la miniera Alfredo (di cui abbiamo parlato nel precedente articolo), compare senza preavviso – come in un gioco di prestigio. Le sue strutture di superficie sono imponenti, occupano tutto lo stretto orizzonte di questa angusta valle dove scorre il torrente Mella. Sì, anche oggi ci troviamo in Val Trompia e, più precisamente, nel comune di Collio.

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Torniamo nel XV secolo: qui alla Durgola – così chiamata prima dell’attuale denominazione – si estrae argento, nonostante le miniere della zona siano quasi tutte votate all’estrazione del ferro. I documenti evidenziano che nel XVII secolo la presenza di vene argentifere viene sfruttata dagli incaricati del Duca di Mantova.

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Dopo quello che si evince esser stato un periodo di inattività, i lavori riprendono nel 1718 grazie alla scoperta di un’ulteriore vena ad opera di Stefano Manfredini. Sembra contemporanea a questa riapertura la nuova denominazione di Torgola.
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Verso gli anni ’60 del 1800 la competitività delle tecniche di estrazione e dei macchinari utilizzati in Val Trompia è ormai quasi nulla. Nonostante il tentativo di rilancio della società inglese The Brescia Mining and Metallurgical Co.Lim. si arriva, nel 1904, alla chiusura di tutte le miniere della Valtrompia. Qualche anno dopo la società Martelli tenta una nuova strada: la coltivazione della fluorite – materiale impiegato nell’industria del vetro, degli smalti e nella siderurgia.

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La vera e propria rinascita della Torgola si deve però alla Società Anonima Mineraria Prealpina, che entra in possesso della miniera nel 1935. Non si risparmia sugli ammodernamenti tecnologici, vengono realizzate le strutture amministrative e gli uffici che ancora oggi possiamo notare a sinistra della strada.

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La domanda di fluorina è altissima e la risposta della Valtrompia è pronta: inizia un periodo di grande ed intensa attività, le miniere garantiscono lavoro e sicurezza economica a tutti gli abitanti dell’area circostante. Basti pensare che molte sono le commesse del Governo degli Stati Uniti d’America, il lavoro assolutamente non manca.

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Segue un periodo di gloria purtroppo non così lungo come si potrebbe sperare. I successivi passaggi di mano della proprietà coincidono con il declino, dovuto in gran parte alla diminuzione drastica della domanda. Già negli anni ’70 alcuni lavoratori vengono messi in cassa integrazione, i costi sono vertiginosamente aumentati e solo le battaglie dei minatori prorogano per alcuni anni la chiusura.

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Prima la società Montecatini Edison, poi la Fluormine S.p.a. ed infine la Prealpi Mineraria di Zogno non riescono ad impedire l’inevitabile: nel 1999 la Torgola, rimasta l’ultima miniera attiva in Valtrompia con ormai soli 30 dipendenti, chiude i battenti per sempre. IMG_4032_edited-01.jpeg

Oggi questa miniera è un mostro di lamiera e cemento addormentato, in attesa di un destino sconosciuto che sembra non svelarsi mai.  La Torgola pare invitare chi vi si vuole avventurare ad andarsene via, a non sfidare le sue mirabolanti e pericolanti strutture sovrapposte in un intrico di piani e passaggi che non si riescono nemmeno a contare. Le finestre rotte riflettono il sole, che di rado inonda tutta la valle. Sembrano occhi dagli sguardi spezzati.

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Nelle strutture a destra della carreggiata si trovano ancora gli impianti di lavorazione, nei quali si può seguire idealmente il percorso del materiale estratto affidandosi alle rotaie solo parzialmente scomparse. L’abbandono relativamente recente permette di ritrovare in loco ancora mobili, scaffalature, attrezzi.

20171007_174346-01.jpegAll’ingresso, come per la miniera Alfredo, troviamo una piccola portineria dove fa sfoggio un’immagine religiosa rimasta assolutamente intonsa. Negli edifici a sinistra della strada troviamo lo spogliatoio, dove alcuni caschetti sono stati riposti su una scrivania come in attesa che qualcuno torni a prenderli e calcarseli sulla testa. Le panche, i ganci nel muro per appendere gli abiti e delle vecchie stufette elettriche completano lo scenario.

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Negli uffici non c’è che da spalancare gli occhi: computer, fotocopiatrici, scanner, macchine da scrivere. Tutta la tecnologia precedente al 1999, al vostro servizio. Decine di copie del contratto nazionale del lavoro risalente al 1979 sono sparse per una delle stanze.

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Tutto giace immobile e sospeso, come se da un momento all’altro qui fossero andati a casa tutti dopo una normale giornata di lavoro e, semplicemente, non fossero più tornati. Come potrebbe succedere a noi, come potrebbe succedere a chiunque.

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